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Spirito inquieto che segue le onde del cuore, nella mareggiata continua del diventare madre, mostrando di tanto in tanto il lato oscuro della Luna: quello che non si può raccontare.

domenica 17 giugno 2012

E la chiamano estate

Questa percezione confusa delle cose che non mi consente di delinearne i confini è quella sensazione che cade nel periodo dell'anno in cui comprendo che è arrivato il momento di fare una pausa. La pausa che ogni anno mi spaventa, per i risvolti che riesce ad avere inevitabilmente, la mia fuga sempre più prolungata sull'isoletta  che mi separa dal mio mondo, dalla routine, da tutto quello che so e che ritengo certo, per rimettere tutto in discussione, ogni anno, sempre e mai uguale.

Quest'anno devo fare uno sprintone finale.
Devo tirar fuori un buon raccolto da alcuni semini coltivati col sudore della fronte.
Sento il ventaglio di possibilità che si apre, e sento anche la paura del nuovo, unita alla paura che al contrario non succeda nulla.
Ho voglia di cambiare vita, di uscire da quello che non mi è mai piaciuto, e nello stesso tempo mi sono misurata, proprio in quest'ultimo periodo, proprio con la fatica di cambiare laddove la mia vita è già diversa.

Parlo di lavoro, di maternità, di rapporti familiari.
Parlo di quella confusione e di quella fatica che il vecchio fa a lasciare il passo.
Parlo di tutte quelle cose che in questa stagione devono essere rimesse a posto, e di quell'indolenza che ogni anno mi schiaccia lasciandomi incapace di mettermi all'opera.

Vivo quasi sospesa: per inerzia procedo con le cose più impellenti, e vado fluttuando tra tutte le cose che dovrei fare e che vorrei fare.
E la chiamano estate. Qui da noi è così: ti entra nell'anima, invade i pensieri, impone al corpo un ritmo al quale ti arrendi solo dopo aver constatato che è già dentro di te senza che tu lo abbia lasciato entrare.

Non so spingere sull'acceleratore. Cerco buone idee, un buon modo di "vendermi" per la prossima stagione, eppure il mare, le infradito, il desiderio delle sere d'estate, gli aperitivi, i costumi, sono già dentro la mia testa. Ed io non so mai se questo è il momento di ammettere la realtà e di imporsi un rigore che a molti ammiro, o se è buono cedere il passo ad una chiarezza percettiva talmente spiccata da costituire un esercizio sano di radicamento nello status quo personale.


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