Viviamo in un tempo in cui non si dà grande valore alle emozioni. Nella maggior parte dei casi, o per (neo)cultura o per timore, vengono ritenute un segno di fragilità, qualcosa che interferisce con un equilibrato modo di vivere la vita.
Le emozioni diventano importanti solo per chi diventa pioniere alla ri-scoperta del loro senso più autentico, e del posto che hanno nella nostra vita (e qui mi vengono in mente tante mamme blogger che hanno ricondotto la loro organizzazione quotidiana ad un modo di vivere centrato su ben altri valori rispetto alla diffusa quotidianità).
L'effetto di questa "alienazione" delle emozioni è quello che ci ha portato all'analfabetismo emozionale, non soltanto come persone (che sconoscono e non-riconoscono le loro emozioni) ma anche e soprattutto come genitori, come insegnanti, come educatori.
Il risultato è che le nuove generazioni fanno male i conti con il mondo emotivo, che non potendo essere cancellato in questo modo, continua a scorrere parallelo sulla nostra pelle, semplicemente senza che "i vissuti" abbiano il giusto nome.
A tutto questo si affianca l'era della globalizzazione: internet pregna le nostre vite in ogni istante, il mondo è diventato piccolo, veloce, e tutto è facile da raggiungere. Bellissimo, ne sono la prima sostenitrice, ma tutto ha il suo prezzo. Il rischio è di perdersi e di smarrire la propria individualità, le proprie radici, la propria storia.
Ogni anno penso a questo in modo particolare quando arriva la commemorazione dei defunti, che nella mia terra ha delle radici antichissime, e che scompare -come tradizione culturale- ogni anno un pò di più.
Ho letto molte volte di gente che lamenta "l'invasione di halloween" come festa d'oltreoceano, che non ci appartiene. Io non ho nulla contro Halloween: trovo che sia una bella festa, colorata, divertente per i bambini. Trovo persino che abbia un senso, se si riesce ad integrarla nella nostra vita quotidiana.
Perché in un mondo in cui tutto è a portata di mano, anche l'America, è necessario scegliere: cosa è mio da cosa non lo è, cosa mi appartiene da cosa non può appartenermi.
Masticare, comprendere, assimilare, invece di mandare giù tutto solo perché i media ci propongono abbuffate di informazioni.
Ci ho pensato su: e mi sono chiesta cosa sta sotto alla festa di Halloween e alla commemorazione dei defunti.
Quando il contesto mi offre un'eccessiva definizione delle cose, un bombardamento di nozioni, sono solita andare al nocciolo delle cose, e a cercare di ascoltarne il significato, o almeno, quello che ha per me.
Ogni cosa ha un senso (parola che non a caso richiama i sensi) che va oltre le parole, la razionalità, l'intellettualizzazione.
Per tornare al mio incipit, siamo nell'era della narcisistica perfezione: vogliamo che tutto fili liscio, che non esistano i problemi, le debolezze, la tristezza, i fallimenti. Le malattie, la morte, il pianto, ci fanno paura: non sappiamo come gestirli, tendiamo a cacciarli via come mosche con un'alzata di mano. Non sappiamo viverli sulla nostra pelle, non sappiamo come gestirli quando i nostri figli -inevitabilmente- ne vengono in contatto.
Il punto è che la vita non esiste senza la morte, la salute non esiste senza la malattia, i successi si costruiscono attraverso piccoli e grandi fallimenti. Noi adulti sappiamo tutto questo? Siamo in grado di conoscerlo e riconoscerlo nell'esperienza dei nostri bambini?
Come parliamo ai bambini del dolore, della morte, del nostro essere umani? I contenuti, spesso, sono irrilevanti, ma è molto più importante il nostro modo di comunicare, quando affrontiamo questi temi (spesso persino taciuti): la capacità che abbiamo di veicolare emozioni è ciò che lascia una traccia nella crescita dei nostri figli.
Torniamo al nostro Halloween: in questi giorni dell'anno si parla di Morte (e di morti).
La morte, si sa, fa soffrire, fa paura, esorcizzarla è un rituale che appartiene alle più antiche civiltà. Questi riti sono necessari ai vivi, a chi resta, a chi fa i conti con la propria mortalità e con la caducità delle cose.
Nella notte di Halloween (continuo "provocatoriamente" ad usare questo nome), i morti incontrano i vivi, vanno in giro per le strade, non fanno più paura. Il brutto ha il permesso di tornare legittimamente nella nostra vita quotidiana, e noi siamo disposti a festeggiarlo, ad offrire dolci, a indossare i suoi macabri abiti. Così, non fa più paura.
Al di fuori di qualsiasi religione (il cui senso a mio avviso non si discosta troppo), questi sono i giorni dell'integrazione tra vita e morte: quanto di più sano ed importante, proprio in tempi come in nostri in cui sappiamo fare poco i conti con il dolore e le emozioni spiacevoli. E di conseguenza non sappiamo insegnarle. E di conseguenza fanno più paura.
Io penso che la Morte fa parte della vita: ignorare questo significa camminare coi paraocchi. La caducità delle cose, il giorno che inizia e poi finisce, le stagioni che si rincorrono mostrandoci un tempo per cominciare ed uno per finire, tutto è scritto a grandi caratteri sotto ai nostri occhi che non vogliono vedere.
Credo che questo sia il messaggio per i bambini: c'erano delle persone che ora non ci sono più. C'è un inizio e c'è una fine, ed è una legge che non deve fare paura.
Per quanto mia figlia sia molto piccola, ripeto sempre una frase: c'è un tempo per ogni cosa, un tempo per iniziare ed un tempo per finire. Vale per un programma in tv, per una merenda fuori orario, per il tempo speso a scuola, per il desiderio di avere tutto per sé. Lei mi ascolta, certamente non capisce (nel senso che noi intendiamo), ma lo prende come un messaggio rassicurante.
In realtà c'è tanto, troppo, dietro a questa frase, che può diventare il centro della nostra vita, di tutta una filosofia del vivere quotidiano.
Due anni sono troppo pochi perché una bimba capisca il senso della commemorazione dei defunti, ma io comincerò quest'anno: abbiamo purtroppo degli angeli volati in cielo che ci fanno già parlare di un posto dove vanno le persone quando non ci sono più, e questo porge l'occasione di sentire che la Vita ha un suo ritmo, a cui la Morte non può che appartenere.
Sapete che sono un pò fissata con le parole: non Festa dei Morti, ma Commemorazione.
Fermiamoci, per qualche giorno, a pensare, a ricordare.
Già fermarsi a pensare sul senso delle cose, insieme ai bambini, è un ottimo insegnamento, è una pienezza di vita.
P.S. e siccome per i bambini tutta questa "teoria" è decisamente insignificante, e non c'è miglior insegnamento che fare esperienza delle cose, credo che ci dedicheremo ad una session-straordinaria di cucina per celebrare questo Tempo dell'Anno con i dolci della nostra tradizione! (Vi terrò informati)
Le emozioni diventano importanti solo per chi diventa pioniere alla ri-scoperta del loro senso più autentico, e del posto che hanno nella nostra vita (e qui mi vengono in mente tante mamme blogger che hanno ricondotto la loro organizzazione quotidiana ad un modo di vivere centrato su ben altri valori rispetto alla diffusa quotidianità).
L'effetto di questa "alienazione" delle emozioni è quello che ci ha portato all'analfabetismo emozionale, non soltanto come persone (che sconoscono e non-riconoscono le loro emozioni) ma anche e soprattutto come genitori, come insegnanti, come educatori.
Il risultato è che le nuove generazioni fanno male i conti con il mondo emotivo, che non potendo essere cancellato in questo modo, continua a scorrere parallelo sulla nostra pelle, semplicemente senza che "i vissuti" abbiano il giusto nome.
A tutto questo si affianca l'era della globalizzazione: internet pregna le nostre vite in ogni istante, il mondo è diventato piccolo, veloce, e tutto è facile da raggiungere. Bellissimo, ne sono la prima sostenitrice, ma tutto ha il suo prezzo. Il rischio è di perdersi e di smarrire la propria individualità, le proprie radici, la propria storia.
Ogni anno penso a questo in modo particolare quando arriva la commemorazione dei defunti, che nella mia terra ha delle radici antichissime, e che scompare -come tradizione culturale- ogni anno un pò di più.
Ho letto molte volte di gente che lamenta "l'invasione di halloween" come festa d'oltreoceano, che non ci appartiene. Io non ho nulla contro Halloween: trovo che sia una bella festa, colorata, divertente per i bambini. Trovo persino che abbia un senso, se si riesce ad integrarla nella nostra vita quotidiana.
Perché in un mondo in cui tutto è a portata di mano, anche l'America, è necessario scegliere: cosa è mio da cosa non lo è, cosa mi appartiene da cosa non può appartenermi.
Masticare, comprendere, assimilare, invece di mandare giù tutto solo perché i media ci propongono abbuffate di informazioni.
Ci ho pensato su: e mi sono chiesta cosa sta sotto alla festa di Halloween e alla commemorazione dei defunti.
Quando il contesto mi offre un'eccessiva definizione delle cose, un bombardamento di nozioni, sono solita andare al nocciolo delle cose, e a cercare di ascoltarne il significato, o almeno, quello che ha per me.
Ogni cosa ha un senso (parola che non a caso richiama i sensi) che va oltre le parole, la razionalità, l'intellettualizzazione.
Per tornare al mio incipit, siamo nell'era della narcisistica perfezione: vogliamo che tutto fili liscio, che non esistano i problemi, le debolezze, la tristezza, i fallimenti. Le malattie, la morte, il pianto, ci fanno paura: non sappiamo come gestirli, tendiamo a cacciarli via come mosche con un'alzata di mano. Non sappiamo viverli sulla nostra pelle, non sappiamo come gestirli quando i nostri figli -inevitabilmente- ne vengono in contatto.
Il punto è che la vita non esiste senza la morte, la salute non esiste senza la malattia, i successi si costruiscono attraverso piccoli e grandi fallimenti. Noi adulti sappiamo tutto questo? Siamo in grado di conoscerlo e riconoscerlo nell'esperienza dei nostri bambini?
Come parliamo ai bambini del dolore, della morte, del nostro essere umani? I contenuti, spesso, sono irrilevanti, ma è molto più importante il nostro modo di comunicare, quando affrontiamo questi temi (spesso persino taciuti): la capacità che abbiamo di veicolare emozioni è ciò che lascia una traccia nella crescita dei nostri figli.
Torniamo al nostro Halloween: in questi giorni dell'anno si parla di Morte (e di morti).
La morte, si sa, fa soffrire, fa paura, esorcizzarla è un rituale che appartiene alle più antiche civiltà. Questi riti sono necessari ai vivi, a chi resta, a chi fa i conti con la propria mortalità e con la caducità delle cose.
Nella notte di Halloween (continuo "provocatoriamente" ad usare questo nome), i morti incontrano i vivi, vanno in giro per le strade, non fanno più paura. Il brutto ha il permesso di tornare legittimamente nella nostra vita quotidiana, e noi siamo disposti a festeggiarlo, ad offrire dolci, a indossare i suoi macabri abiti. Così, non fa più paura.
Al di fuori di qualsiasi religione (il cui senso a mio avviso non si discosta troppo), questi sono i giorni dell'integrazione tra vita e morte: quanto di più sano ed importante, proprio in tempi come in nostri in cui sappiamo fare poco i conti con il dolore e le emozioni spiacevoli. E di conseguenza non sappiamo insegnarle. E di conseguenza fanno più paura.
Io penso che la Morte fa parte della vita: ignorare questo significa camminare coi paraocchi. La caducità delle cose, il giorno che inizia e poi finisce, le stagioni che si rincorrono mostrandoci un tempo per cominciare ed uno per finire, tutto è scritto a grandi caratteri sotto ai nostri occhi che non vogliono vedere.
Credo che questo sia il messaggio per i bambini: c'erano delle persone che ora non ci sono più. C'è un inizio e c'è una fine, ed è una legge che non deve fare paura.
Per quanto mia figlia sia molto piccola, ripeto sempre una frase: c'è un tempo per ogni cosa, un tempo per iniziare ed un tempo per finire. Vale per un programma in tv, per una merenda fuori orario, per il tempo speso a scuola, per il desiderio di avere tutto per sé. Lei mi ascolta, certamente non capisce (nel senso che noi intendiamo), ma lo prende come un messaggio rassicurante.
In realtà c'è tanto, troppo, dietro a questa frase, che può diventare il centro della nostra vita, di tutta una filosofia del vivere quotidiano.
Due anni sono troppo pochi perché una bimba capisca il senso della commemorazione dei defunti, ma io comincerò quest'anno: abbiamo purtroppo degli angeli volati in cielo che ci fanno già parlare di un posto dove vanno le persone quando non ci sono più, e questo porge l'occasione di sentire che la Vita ha un suo ritmo, a cui la Morte non può che appartenere.
Sapete che sono un pò fissata con le parole: non Festa dei Morti, ma Commemorazione.
Fermiamoci, per qualche giorno, a pensare, a ricordare.
Già fermarsi a pensare sul senso delle cose, insieme ai bambini, è un ottimo insegnamento, è una pienezza di vita.
P.S. e siccome per i bambini tutta questa "teoria" è decisamente insignificante, e non c'è miglior insegnamento che fare esperienza delle cose, credo che ci dedicheremo ad una session-straordinaria di cucina per celebrare questo Tempo dell'Anno con i dolci della nostra tradizione! (Vi terrò informati)
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Ci pensavo anch'io nei giorni scorsi: ai morti, a quando cominciare a parlarne alla gnometta, al momento dell'anno in cui tutto comincia un po' a morire per rinascere in primavera. A cosa fare per dargli un momento e un valore interiore.
RispondiEliminaLe tue riflessioni sono preziose e anche a me hanno fatto venire voglia di portare la piccola al cimitero per vedere il prato dove dorme il mio nonno che ha visto solo sulle fotografie per casa.
Grazie!
Bello. Fermarsi, riflettere, ricordare, ascoltare. Soprattutto farlo con i nostri piccoli. Voglio farlo anch'io, anche se sono tanto lontana fisicamente...
RispondiEliminaBuona festa, Ondaluna :)
Ma anche a Palermo si mangiano le "ossa dei morti"? ;D
Ovviamente è un tema che ricorre molto nei miei pensieri e la mia domanda e il mio dubbio atroce è: per commemorare le persone care che sono volate in cielo come il nostro amato nonno, o lo zio o il bisnonno, sarà giusto portare i bambini al cimitero...in genere è un posto dove non amo portarli perchè mi piace far vivere il ricordo dentro di loro non attraverso un loculo o una foto su una lapide ma attraverso un racconto di vita vissuta insieme o un ricordo piacevolmente dolce...che fare??? Boh...intanto pure io sforno dolcetti a faccia di fantasmino, ragnatela e quant'altro e poi nel frattempo cercherò di trovare una quadra per il resto...un bacio forte!!!
RispondiEliminaGrazie @Gloria.
RispondiElimina@The Siren, ovviamente sì!!
@Mammola, se sono troppo piccoli, non capiscono cosa sia un loculo, quindi il cimitero è un posto come un altro dove si ricorda qualcuno. E alcuni cimiteri, a ben guardarli, sono posti luminosi, pieni di fiori e di alberi bellissimi!
Se non lo sono, e sono un pò più grandi, possono avere occasione di sapere come funzionano queste cose: cosa succede quando si muore, dove si adagia il corpo di un defunto, dove noi adulti andiamo a pregare per loro...
Siamo sempre lì: perché ci deve far paura ammettere che la Morte fa parte della Vita?
Tieni presente che la cosa più importante per un bambino non è il "contenuto" di un messaggio, ma l'emozione che l'accompagna. Quel che fa la differenza è il MODO in cui TU parli con i bambini di queste cose.
E' un discorso lungo e complesso, lo so, ma spero di riuscire a spiegarmi...Tenere la morte lontana dalla vita non è una buona scelta: prima o poi tutti la incontriamo.
E la verità è che i bambini hanno paura solo di quel di cui noi abbiamo paura. Per questo siamo i primi a dover fare pace con l'integrazione...
approdo al tuo blog dopo aver letto un commento da mammafelice...è solo una fugace lettura questa di adesso nel frattempo che il piccolo riposa, ma conto di tornare soffermandomi un po' di più sulle tue emozioni...
RispondiElimina@leucosia, non mi resta che ringraziarti e darti il benvenuto. A presto, allora!
RispondiEliminavedi, non sempre è facile. nel senso, vedendo la foto sarah mi ha chiesto "chi è quella"
RispondiElimina"rispostta: la sorellina
Domanda "e dov'è"
Risposta" è un angelo" e bla bla e bla sul fatto che noisiamo di passaggio, che a un certo punto andiamo in cielo ma non è brutto..e bla bla e bla-
Risultato: amica immaginaria, sua sorella. Che ha le ali, vola e bla bla e bla.
A scuola :"voi avete cari defunti?"
domanta "significa morto"?
La maestra "i tuoi nonni sono vivi?"
Risposta "sì"
Maestre cambia argomento. Sarah torna un pò "fredda". Ma noi abbiamo defunti ?? Il modo in cui l'ha detto..."no, mamma, i nooni sono tutti vivi". No, perchè io immagino le maestre a dover spiegare che anche i bimbi muoiono...raggelate guardare me e mio marito con pena infinita. Magari ho sbagliato, ma ho voluto prevenire. Si, lo so , ho scritto un post.Scusa ;)
@mammadifretta, lo so, non è facile parlarne esaustivamente su web, ma io penso che tu non abbia sbagliato. Sbagli invece a pensare di aver sbagliato.
RispondiEliminaSbagliano le maestre che non vogliono parlarne. Perché non è importante "cosa dici", ma "come lo dici".
La serenità, la verità, la sincerità onesta, fa di un bambino una persona sana . E' questo il risultato.
E lo so che non è sempre facile...
Al contrario, tacere è il segno della nostra paura che diventerà presto la paura dei nostri figli.
lo so @ondaluna, ma credimi a volte anche a scuola si segue un copione e basta, ricordo un mio zio morto molto giovane e mia cugina sottoposta ogni anno al teme "festa del papà", e lei che aveva vissuto la malttia del padre,la morte, a 6 anni, a tirare i banchi in aria e le maestre senza nessuna comprensione, nè voglia di collaborare con lo psicologo. insomma ..come dico in famiglia è giusto che se ne parli, ma a scuola se non si è in grado di affrontare le "eccezioni" che prevedano che a morire siano solo vecchi canuti centenari, forse è meglio festeggiare halloween, e farsi tirare una scopa dietro.comunque grazie del post.oggi giornata di sfoghi ;)
RispondiEliminaspero di farcela, pian piano, a farle accettare il significato di tutte le parole che stiamo usando. a lei a volte pesano tante "assenze"....e io so di dover avere fiducia ed essere forte per due... baci s.
RispondiElimina