Datemi un caffè. Forte.
Ecco, ora posso fermarmi un momento a scrivere per riordinare le emozioni.
E' come se avessi partorito, di nuovo, ma per la prima volta.
Il primo giorno di scuola di mia figlia mi lascia così, con tante emozioni febbricitanti a fior di pelle, e la sensazione che niente sarà più lo stesso: né io, né mia figlia, né la nostra relazione.
L'emozione, la gioia, il sentirmi fiera di noi, e la strana sensazione di aver perso le coordinate perché tutto quello che ho davanti è uguale ad essere atterrata su un pianeta alieno. Non a caso l'ultima volta che ho usato queste parole era proprio il mio post-parto e l'inizio dell'allattamento.
Non sono stata una che ha sentito il distacco al momento del parto, io: quel senso di vuoto da molte descritto e sperimentato davanti alla pancia disabitata resta per me un grande mistero, fatta eccezione per quell'unico momento in sala travaglio, prima di partorire, in cui accarezzandomi la pancia e sentendo un movimento di mia figlia, le ho mentalmente sussurrato che quella sarebbe stata l'ultima volta che la sentivo dentro di me.
Stamattina ero tesa come una corda: non per paura, ansia da distacco, o chissà che, ma per la consapevolezza di quello che stava accadendo. Sai che deve succedere, e non sai cosa ci sarà dopo.
Mi sono innamorata di lei lentamente, senza colpi di fulmine: ho imparato a respirare l'amore per lei, a sentirmelo scorrere, poi bollire nelle vene, a lottare -non senza ribellioni- contro diversi istinti che si facevano strada dentro di me, trovando un punto di equilibrio tra l'istinto di sopravvivenza e quello di maternità.
Non lo nego: passavo dal bisogno di fusione assoluta con lei a quello di fuggire via per sempre (cosa per altro mai fatta).
Poi, lentamente, tra grosse scosse di terremoto che mi hanno rivoluzionato la vita, ho ingoiato difficoltà e bocconi amari e ho rialzato la testa. A quel punto non ero più io: ero un'altra donna, un'altra persona, un'altra moglie. Ero una madre.
Sono nata in un momento imprecisato tra il primo ed il secondo anno di mia figlia, quando tutti continuavano a dirmi "vedrai, il peggio deve ancora venire!", ed io, allontanandomi da quel parto (il suo, il mio) avevo la sensazione che il peggio era sempre più alle mie spalle.
Davanti a noi solo aria, solo futuro, solo Vita.
Non vita facile, ma vita.
Stamattina -col senno di poi- mi sentivo così, incapace di affidarmi (nota bene: io, non mia figlia) totalmente a qualcuno che deve prendersi cura, e da cui dipende la mia serenità. In ospedale come a scuola, nel lavoro come negli affetti, questa è la mia caratteristica: l'estrema paura di perdere il controllo della situazione, ma al contempo quella che ormai è anche consapevolezza che nella vita nulla può dipendere esclusivamente da me.
E allora, quel che in questi anni ho imparato a fare, non senza paura, è il salto nel buio.
La paura un giorno bussò alla porta ed il coraggio andrò ad aprire ma non trovò nessuno.*
Paura e coraggio, nessuna delle due può esistere senza l'altro. E' normale la presenza dell'una, anche sott'intesa, quando si parla dell'altro. E viceversa. Le mamme possono non saperlo, ma è così: siamo tutti coraggiosi, siamo tutti paurosi: è solo questione di punti di vista.
E' per questo che, dopo giorni di travaglio, stamattina, pur non versando una lacrima, quando ho varcato l'ingresso della scuola ho sentito il cuore e lo stomaco incontrarsi in un frullatore di emozioni che mi ha fatto ammollare le gambe. Poi mi sono ricordata chi sono, e cosa era importante che io facessi, in quel momento: dare al mondo mia figlia.
Con una spinta che ricacciava indietro le emozioni più dolorose, mi sono fatta parte attiva, e come per un parto, ho cambiato registro.
E lei è venuta fuori: solo sentendo che eravamo in un posto di cui mamma si fida, con persone che mamma stima, (solo sentendo che il Mondo è un posto che vale la pena vivere) ha potuto trovare il modo di girare con fiducia nel nuovo ambiente, senza timore.
L'inserimento che stiamo facendo (ulteriore motivo per cui ho scelto questa scuola) prevedeva che oggi i genitori che avessero voluto, avrebbero potuto restare coi bambini. Da domani, entrando insieme, si proverà a lasciarli un pò per volta ad intervalli via via più lunghi. Gradualmente.
Io resterò nei paraggi, perché possa esserci subito quando lei chiederà di me: trovo che la fiducia nel fatto che se lei ha bisogno io torno, sia fondamentale per questi primi giorni.
Quel che è successo oggi, però, è che ad un certo punto mi sono guardata intorno, ed ho visto che lei era tranquilla: giocava, e poteva anche essere lasciata sola.
Non sono andata via, ma ho fatto un passo indietro: prima per guardare, poi per sentire. Nascosta dietro una pianta, poi dietro un muro, poi dietro una finestra, poi in un'altra stanza, mi sono accorta che il dito attaccato al naso non si vede, ma se lo allontani sì. Ho sentito che stare in un'altra stanza, ora che mi ci trovavo dentro, non era poi così difficile. Ho visto quello che stando troppo concentrata su noi due non potevo vedere. Ho visto delle persone in gamba, di un severità dolce e rassicurante per i bambini e per i genitori. Ho visto persone attente. Ho visto che potevo farcela, e mi sono allontanata.
Lei non ha pianto: mi hanno detto, quando dopo più di mezzora mi sono venuti incontro tenendo la piccola per mano, che aveva detto con tranquillità "voglio la mia mamma", e che, persona dopo persona, le stavano chiedendo "è lei la tua mamma? e quest'altra?". Quando mi ha vista, infatti, le ho sentito dire "è questa la mia mamma!"
Abbiamo giocato ancora insieme, abbiamo fatto pipì, e poi non voleva più andare via.
Ma le ho promesso che domani torneremo, in un mondo per lei enorme, e che dovrà diventare familiare.
Ho visto mamme più preoccupate dei figli, e mamme eccessivamente desiderose di mollarli lì per cominciare un'altra stagione della vita, ostentando una spavalderia che secondo me rappresenta un estremo al pari dell'ansia più assoluta. Nell'essere noi stessi non esistono regole, non c'è giusto o sbagliato.
Ho visto bambini grandi piangere e non voler restare, e piccoli inconsapevoli di quel che stava accadendo. Ho visto bimbi con entrambi i genitori, bimbi con le nonne, e bimbi soli. Ho visto confusione, allegria, ho visto un mondo.
Ho visto che ognuno ha il diritto di vivere le esperienze per com'è fatto, e che ogni emozione è legittima, e ha il diritto di essere sostenuta.
Ho visto scritta sulla mia pelle una nuova consapevolezza: quella che partorire un figlio è solo una delle tante tappe con cui lo si dà al mondo. E chissà quante ancora ne avrò da vivere.
Due anni: per imparare, per costruire il guscio, per diventare forti abbastanza (almeno un pò) per affrontare questo passaggio, dal cuore di mamma al banco di scuola.
Possiamo farcela, amore mio, siamo pronte. Ho aspettato questo momento, perché fosse quello giusto per entrambe.
E ci sono ancora tante cose che potrei dire, pensare, scrivere, su questo giorno che è solo il primo. So che non è finita qui: da domani potrebbe andare peggio, o meglio, lei (o io!) potrebbe piangere o no. Poco importa.
Come quando ho iniziato ad allattare, in quei suoi primi giorni di vita, e non sapevo quanto fosse poco o abbastanza, tentennavo oggi chiedendomi quale fosse il momento di andare via, quanto fosse troppo o troppo poco.
Poi si cresce, si diventa grandi, forti, tutto acquista un senso. Forse si diventa anche più spavaldi, magari al secondo figlio, e ci si dimentica da dove veniamo.
Ma intanto questi momenti restano come pietre miliari, nel cuore di una mamma, nel cuore di ogni bambino. E da qui in poi la strada è lunga.
Siamo partite: Buon viaggio Amore Mio.
Spero di essere per te il Vento in poppa che soffia solo quando ne hai bisogno.
*Martin Luter King
Ecco, ora posso fermarmi un momento a scrivere per riordinare le emozioni.
E' come se avessi partorito, di nuovo, ma per la prima volta.
Il primo giorno di scuola di mia figlia mi lascia così, con tante emozioni febbricitanti a fior di pelle, e la sensazione che niente sarà più lo stesso: né io, né mia figlia, né la nostra relazione.
L'emozione, la gioia, il sentirmi fiera di noi, e la strana sensazione di aver perso le coordinate perché tutto quello che ho davanti è uguale ad essere atterrata su un pianeta alieno. Non a caso l'ultima volta che ho usato queste parole era proprio il mio post-parto e l'inizio dell'allattamento.
Non sono stata una che ha sentito il distacco al momento del parto, io: quel senso di vuoto da molte descritto e sperimentato davanti alla pancia disabitata resta per me un grande mistero, fatta eccezione per quell'unico momento in sala travaglio, prima di partorire, in cui accarezzandomi la pancia e sentendo un movimento di mia figlia, le ho mentalmente sussurrato che quella sarebbe stata l'ultima volta che la sentivo dentro di me.
Stamattina ero tesa come una corda: non per paura, ansia da distacco, o chissà che, ma per la consapevolezza di quello che stava accadendo. Sai che deve succedere, e non sai cosa ci sarà dopo.
Mi sono innamorata di lei lentamente, senza colpi di fulmine: ho imparato a respirare l'amore per lei, a sentirmelo scorrere, poi bollire nelle vene, a lottare -non senza ribellioni- contro diversi istinti che si facevano strada dentro di me, trovando un punto di equilibrio tra l'istinto di sopravvivenza e quello di maternità.
Non lo nego: passavo dal bisogno di fusione assoluta con lei a quello di fuggire via per sempre (cosa per altro mai fatta).
Poi, lentamente, tra grosse scosse di terremoto che mi hanno rivoluzionato la vita, ho ingoiato difficoltà e bocconi amari e ho rialzato la testa. A quel punto non ero più io: ero un'altra donna, un'altra persona, un'altra moglie. Ero una madre.
Sono nata in un momento imprecisato tra il primo ed il secondo anno di mia figlia, quando tutti continuavano a dirmi "vedrai, il peggio deve ancora venire!", ed io, allontanandomi da quel parto (il suo, il mio) avevo la sensazione che il peggio era sempre più alle mie spalle.
Davanti a noi solo aria, solo futuro, solo Vita.
Non vita facile, ma vita.
Stamattina -col senno di poi- mi sentivo così, incapace di affidarmi (nota bene: io, non mia figlia) totalmente a qualcuno che deve prendersi cura, e da cui dipende la mia serenità. In ospedale come a scuola, nel lavoro come negli affetti, questa è la mia caratteristica: l'estrema paura di perdere il controllo della situazione, ma al contempo quella che ormai è anche consapevolezza che nella vita nulla può dipendere esclusivamente da me.
E allora, quel che in questi anni ho imparato a fare, non senza paura, è il salto nel buio.
La paura un giorno bussò alla porta ed il coraggio andrò ad aprire ma non trovò nessuno.*
Paura e coraggio, nessuna delle due può esistere senza l'altro. E' normale la presenza dell'una, anche sott'intesa, quando si parla dell'altro. E viceversa. Le mamme possono non saperlo, ma è così: siamo tutti coraggiosi, siamo tutti paurosi: è solo questione di punti di vista.
E' per questo che, dopo giorni di travaglio, stamattina, pur non versando una lacrima, quando ho varcato l'ingresso della scuola ho sentito il cuore e lo stomaco incontrarsi in un frullatore di emozioni che mi ha fatto ammollare le gambe. Poi mi sono ricordata chi sono, e cosa era importante che io facessi, in quel momento: dare al mondo mia figlia.
Con una spinta che ricacciava indietro le emozioni più dolorose, mi sono fatta parte attiva, e come per un parto, ho cambiato registro.
E lei è venuta fuori: solo sentendo che eravamo in un posto di cui mamma si fida, con persone che mamma stima, (solo sentendo che il Mondo è un posto che vale la pena vivere) ha potuto trovare il modo di girare con fiducia nel nuovo ambiente, senza timore.
L'inserimento che stiamo facendo (ulteriore motivo per cui ho scelto questa scuola) prevedeva che oggi i genitori che avessero voluto, avrebbero potuto restare coi bambini. Da domani, entrando insieme, si proverà a lasciarli un pò per volta ad intervalli via via più lunghi. Gradualmente.
Io resterò nei paraggi, perché possa esserci subito quando lei chiederà di me: trovo che la fiducia nel fatto che se lei ha bisogno io torno, sia fondamentale per questi primi giorni.
Quel che è successo oggi, però, è che ad un certo punto mi sono guardata intorno, ed ho visto che lei era tranquilla: giocava, e poteva anche essere lasciata sola.
Non sono andata via, ma ho fatto un passo indietro: prima per guardare, poi per sentire. Nascosta dietro una pianta, poi dietro un muro, poi dietro una finestra, poi in un'altra stanza, mi sono accorta che il dito attaccato al naso non si vede, ma se lo allontani sì. Ho sentito che stare in un'altra stanza, ora che mi ci trovavo dentro, non era poi così difficile. Ho visto quello che stando troppo concentrata su noi due non potevo vedere. Ho visto delle persone in gamba, di un severità dolce e rassicurante per i bambini e per i genitori. Ho visto persone attente. Ho visto che potevo farcela, e mi sono allontanata.
Lei non ha pianto: mi hanno detto, quando dopo più di mezzora mi sono venuti incontro tenendo la piccola per mano, che aveva detto con tranquillità "voglio la mia mamma", e che, persona dopo persona, le stavano chiedendo "è lei la tua mamma? e quest'altra?". Quando mi ha vista, infatti, le ho sentito dire "è questa la mia mamma!"
Abbiamo giocato ancora insieme, abbiamo fatto pipì, e poi non voleva più andare via.
Ma le ho promesso che domani torneremo, in un mondo per lei enorme, e che dovrà diventare familiare.
Ho visto mamme più preoccupate dei figli, e mamme eccessivamente desiderose di mollarli lì per cominciare un'altra stagione della vita, ostentando una spavalderia che secondo me rappresenta un estremo al pari dell'ansia più assoluta. Nell'essere noi stessi non esistono regole, non c'è giusto o sbagliato.
Ho visto bambini grandi piangere e non voler restare, e piccoli inconsapevoli di quel che stava accadendo. Ho visto bimbi con entrambi i genitori, bimbi con le nonne, e bimbi soli. Ho visto confusione, allegria, ho visto un mondo.
Ho visto che ognuno ha il diritto di vivere le esperienze per com'è fatto, e che ogni emozione è legittima, e ha il diritto di essere sostenuta.
Ho visto scritta sulla mia pelle una nuova consapevolezza: quella che partorire un figlio è solo una delle tante tappe con cui lo si dà al mondo. E chissà quante ancora ne avrò da vivere.
Due anni: per imparare, per costruire il guscio, per diventare forti abbastanza (almeno un pò) per affrontare questo passaggio, dal cuore di mamma al banco di scuola.
Possiamo farcela, amore mio, siamo pronte. Ho aspettato questo momento, perché fosse quello giusto per entrambe.
E ci sono ancora tante cose che potrei dire, pensare, scrivere, su questo giorno che è solo il primo. So che non è finita qui: da domani potrebbe andare peggio, o meglio, lei (o io!) potrebbe piangere o no. Poco importa.
Come quando ho iniziato ad allattare, in quei suoi primi giorni di vita, e non sapevo quanto fosse poco o abbastanza, tentennavo oggi chiedendomi quale fosse il momento di andare via, quanto fosse troppo o troppo poco.
Poi si cresce, si diventa grandi, forti, tutto acquista un senso. Forse si diventa anche più spavaldi, magari al secondo figlio, e ci si dimentica da dove veniamo.
Ma intanto questi momenti restano come pietre miliari, nel cuore di una mamma, nel cuore di ogni bambino. E da qui in poi la strada è lunga.
Siamo partite: Buon viaggio Amore Mio.
Spero di essere per te il Vento in poppa che soffia solo quando ne hai bisogno.
*Martin Luter King
TORNA SU

Bellissimo post, mi sono emozionata, e mi sono ritrovata in queste tue parole che mi accompagneranno oggi"Davanti a noi solo aria, solo futuro, solo Vita. Non vita facile, ma vita." quando andrò a prendere la nana, che quest'anno non vuole proprio andare all'asilo.
RispondiEliminaGrazie!
Come ti capisco.
RispondiEliminaOggi ho scritto che a scuola materna le lacrime non sono ammesse.
Oggi First ha cominciato la seconda elementare. Io ero rodata.
Giovedì, la nana, comincerà la materna. Sarà un'emozione forte. Non so come la gestirò. Spero, però, davvero di non usare le lacrime per esprimerla perché non sarebbe il modo giusto. Lei ha bisogno di forza e serenità: questo intendo dargli.
Stanno solo crescendo. Un abbraccio.
Alem, grazie, leggo tra le tue righe e... coraggio! Spero di essere un pò nel tuo cuore, in questo inizio scuola: l'unione fa la forza.
RispondiEliminaBis, io penso che anche le lacrime siano ammesse: perché no, se servono... Io ho scritto che non ci sono regole per essere se stessi. Certo, dipende dove, come, perché... ho imparato però che tutto ha un senso, basta saperlo cogliere. Se una lacrima ti serve (a te, o qualcun'altro), usala: "stanno SOLO crescendo" non è poi tanto "solo".
Che bel racconto Ondaluna! Io la butto spesso in caciara, tendo a soffocare le emozioni in vista della tanto agognata libertà, ma non so cosa mi succederà mercoledì quando Rocco comincerà la scuola materna... Oggi si è salvato per un pelo, forse è un segno che combinerà qualcosa di ottimo, nel mondo in cui l'ho messo.
RispondiEliminaBrava tu e brava la tua bambina!
un post bellissimo, come sempre del resto è nel tuo stile. In bocca al lupo per questo nuovo capitolo della vostra vita!
RispondiEliminaE' il mio primo commento e non potevo leggere un post più bello. Vero, sincero, emozionante. Noi inizieremo domani, Matteo ha 3 anni, sta crescendo ed io con lui con sentimenti vari e a volte contraddittori. A volte scapperei lontano, a volte come dici tu si è un'anima sola. Domani non so cosa accadrà, ma di sicuro sarà bellissimo!
RispondiEliminaUn nuovo mondo, una nuova vita
Raffaella
"Il vento in poppa che soffia solo quando ne hai bisogno" ...l'ho riletta 4 volte.....ed e' tutto chiuso in queste parole il segreto: per riuscire a stare dietro a loro, nell'unico modo sano possibile. Grazie infinite per quello che hai scritto oggi nel mio post, per avermi fatto conoscere il tuo blog, grazie per le tue parole che hanno curato le mie, grazie per avermi ricordato il distacco della materna che ha alleggerito un po' quello di oggi alle elementari. Grazie! Non ti perdero'.
RispondiEliminati leggo e ti rileggo... e ti ammiro, accidenti se ti ammiro. scrivi col cuore ma anche e soprattutto con la testa, è un piacere leggerti.
RispondiEliminain bocca al lupo per questa nuova avventura!
post a dir poco meraviglioso! quanto mi ci ritrovo e nonostante ci sia già passata la seconda tappa (scuola dell'infanzia) mi sembra più dura della prima. questa frase mi sembra racchiuda tutte le ansie di una mamma "l'estrema paura di perdere il controllo della situazione, ma al contempo quella che ormai è anche consapevolezza che nella vita nulla può dipendere esclusivamente da me".
RispondiEliminaoh mamma, a me tocca giovedì.
che brivido questo post...bellissimo...grazie!
RispondiEliminaciao bella! eccovi partite!
RispondiEliminaTi ringrazio per la sensibilità che hai sempre nelle tue parole!
Io e Martino siamo RI partiti lo scorso giovedì, io tutta spavalda, lui per nulla intenzionato a riprendere il nido e staccarsi da me e da questo periodo intenso in cui ci siamo un po' ritrovati (te ne racconterò, di quanto sono rimasta spiazzata, io che mi sentivo così sicura che tutto sarebbe andato al meglio....)
Imparerete presto il piacere di ritrovarvi, del primo abbraccio quando vi riunite dopo le rispettive attività. E' uscire e rientrare nel guscio..E' speciale ed emozionante, è spiazzante e bellissimo.
Vi abbraccio di cuore.
Bea :)
Qui l'inserimento è gestito in tutt'altro modo. E più leggo di queste cose, più mi convinco di quanto sia sbagliato!
RispondiEliminaSpero che il nostro salto nel buio, non sia stato troppo doloroso per lei (che "ha pianto per un ora, un pianto inconsolabile, ma dopo ha smesso!!!" mi hanno riferito con soddisfazione O.o ) e non abbia gettato basi troppo malconce per costruirci sopra il bello che ci andrebbe. Che non abbia intaccato la sua voglia (che ne ha) di venire fuori!
Domani è un altro giorno, domani si vedrà.
sei davvero dolce.
RispondiEliminaquesto racconto è pieno di emozioni e lo condivido in pieno.
buon viaggio ad entrambe...come si cresce...
Come sempre a commentare i tuoi post si ha un po' di "ansia da prestaazione": troppo belli!
RispondiEliminaForse qui ho capito perchè io non ho l'ansia da distacco, da crescita, da separazione: ho portato Belvetta al nido a 9 mesi (tornavo al lavoro e non volevo affidarla ai nonni...è una scelta che considero sbagliata) in uno dei momenti più pesanti del dopo parto sia per me come donna che per me e lei come coppia mamma-bimba.
Così ha prevalso il sollievo e la fiducia, il bisogno mio e la speranza di ricostruire il nostro rapporto (come poi è stato).
Grazie.
Ecco, ci risiamo. Anche oggi mi hai emozionata e le tue parole fanno scendere quelle lacrime che mi sono sforzata e mi sforzo di non fare scendere quando porto Giorgia a scuola, quando fingo di voler scappare via verso il lavoro che non è nuova vita ma "vita necessaria".
RispondiEliminaGrazie per la poesia e per la forza che si legge tra le righe.
Angela
Mi hanno mandato via. Mi avevano detto che sarei rimasta, invece mi hanno mandato via per farmi tornare dopo 2 ore il primo giorno, 2 ore e mezza il secondo. Perche' la piccola e' molto rilassata e serena, se rimani pensa che abbia bisogno della tua protezione. E cosi' sono rimasta seduta sulle scale un paio di minuti a piangere. Per me. Ma orgogliosa di lei, della bimba socievole che e', della bimba serena e tranquilla. Ma anche per me era la prima volta che la lasciavo. Mi e' capitato solo una volta di lasciarla una mattina con mia madre e un poi un paio di pomeriggi con mio marito, ma in 2 anni ci sono sempre stata. E lei c'e' sempre stata. Lasciarla con estranei poi... ma e' andata bene, non ha pianto, mi hanno detto.
RispondiEliminaSi, anch'io sono orgogliosa di lei. Che mi racconta anche che ha mangiato il riso e giocato con i bambini. Come si chiamano? Bambini, mi risponde.