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Spirito inquieto che segue le onde del cuore, nella mareggiata continua del diventare madre, mostrando di tanto in tanto il lato oscuro della Luna: quello che non si può raccontare.

lunedì 29 agosto 2011

Donna, dolore e un pomeriggio di inizio agosto

Due premesse al mio discorso.

1) Salvatore Natoli insegna filosofia all'università di Bari e ha scritto un libro: L'esperienza del dolore.
Il dolore, si dice, è universale. Ma è proprio vero che sia così? Nel dolore universale è di certo il danno - esempio: una malattia, un handicap -, non il modo in cui il danno è vissuto. Ma il danno, quand'anche è universale, è variamente interpretato. Un induista soffre in modo diverso da un cristiano, questi, diversamente, da chi non crede. Se così è, l'esperienza effettiva del soffrire è data dalla circolarità tra danno-senso, più esattamente dalla tensione tra il senso, a cui sempre e in ogni caso si appartiene, e il non senso che il dolore produce. Il dolore infatti lacera la ragione, costringe l'uomo a interrogarsi su di sé. Perché a me? Cosa ho fatto per meritare questo? Ma ancor più sul senso del mondo. Le cose si inabissano e l'enigma del male irrompe in tutta la sua atrocità. Eppure mai, come nella sofferenza, si cercano parole per dare senso all'insensato. E, bene o male, le si trova. 
Abbiamo preso a soffrire nel momento stesso in cui abbiamo cominciato a vivere. Gli uomini nascono in scenari di senso che li precedono e che danno loro il linguaggio e i termini per divenire interpreti, più o meno abili, del loro soffrire. Abili, e non da soli, gli uomini infatti riescono a condividere la comune sofferenza, a farsene reciprocamente carico. Ed è anche giusto dire che lo devono. Tuttavia nessuno è mai sostituibile nel suo dolore. Ognuno è chiamato a giocare la sua parte. Riuscire, nonostante il dolore, a portare a compimento una vita. Ma di questo poco si può dire. Infatti nulla più del dolore svela la fragilità dei singoli, la loro irrepetibile unicità. Manifesta insieme la comune esposizione all'imponderabile.


2) C'è una pagina a cui faccio spesso riferimento, che parla del significato del dolore in Psicoterapia della Gestalt.
E’ difficile trovare le parole per descrivere l’esperienza del dolore poiché ognuno di noi in genere è molto più impegnato ad opporvisi invece di ascoltarlo e lasciarlo fluire. Siamo convinti sia pericoloso lasciare questo sentimento divampare internamente perché temiamo possa diventare distruttivo come un fiume in piena. Intravediamo nel dolore quasi una via di non ritorno, guardiamo con sospetto e paura questa esperienza umana così potente e cerchiamo di sbarrargli la strada, mettendo in atto svariate strategie per fare scudo; ma così facendo non ci rendiamo conto della prigione: rinunciamo a vivere una vita con tutti i suoi sapori preferendo il controllo sui sentimenti. 
Provare dolore è parte integrante dell’esperienza umana come la nascita e la morte, come la gioia, la rabbia e l’amore, rifiutandolo ci allontaniamo da noi stessi e dall’unica cosa reale in quel momento per noi, dal centro della nostra esperienza, fulcro dell’energia creativa. Opponendoci a ciò che siamo il risultato è lo smarrimento e la perdita di significato per ogni cosa, non riusciamo più a desiderare perché i desideri partono dal sentire; entriamo in una spirale di malinconia e paralisi; senza più fantasticare e progettare siamo senza speranza e tutto ciò fa percepire la morte molto vicina.


Il tema è denso e "pesante", ma ho pensato di proporvelo ugualmente. Siamo di rientro dalle vacanze, tuffiamoci subito nella vita quotidiana con questo "malloppone" di riflessioni che farà fuggire qualcuno/a, restare qualcun'altro/a.
Ripesco dalla mia agenda dei pensieri queste parole che non ho pubblicato, in attesa che anche loro trovassero un posto migliore dentro di me. Spesso queste cose così intense non trovano un loro posto definitivo, ma hanno bisogno di essere lette, pensate, masticate, e magari anche condivise.

Non ho il tempo di fermarmi ad ascoltare il dolore.
Vorrei che sparisse, e mi lasciass libera di pensare e organizzare le mie giornate secondo un "si deve" e un "si fa".
Eppure lo so bene, il dolore è un messaggio che andrebbe ascoltato, invece che negato. Anche perché noi donne col dolore ci facciamo spesso i conti, precocemente, dal nostro menarca che spesso ci coglie bambine, impreparate, e ci insegna la pazienza e la sottomissione a regole naturali ed incontrollabili.
Come ciascuna di noi fa i conti con questo, è un fatto che segna un percorso importante all'interno della nostra identità femminile.
Ci sono settimane, ad esempio, che nella mia vita si "tendono" estenuantemente come una corda in procinto di spezzarsi: fingo di non aver tempo di ascoltare, ed invece questo dolore non è ignorabile.
Un dolore che non si cura: non ha infatti farmaci, terapie, ma solo analgesici e palliativi, non è infatti una malattia da curare o qualcosa di cui preoccuparsi: è solo una condizione esistenziale, transitoria ma presente, ci hanno insegnato che bisogna solo aspettare, e che va via da sé.
Ed io rifletto: ho un utero dolente, che pulsa e duole, e piange come un bambino che incessantemente chiede cure che non so dargli. Non so cosa vuole.
Fingo che non sia niente, e che tra poco passerà: ed invece condiziona le mie giornate, le mie scelte, il mio umore, la mia alimentazione, insomma turba tutto il mio equilibrio.
Il fatto che arrivi in vacanza, poi, mi fa arrabbiare ancora di più, e mi fa sentire in qualche modo deprivata di una pace che cerco come un diritto.
Parliamo di un dolore che è un'inezia davanti a tutta la sofferenza del mondo, ma che in realtà ha radici profonde di significato dentro ciascuna di noi.
In realtà è una storia antica: è mia ma non solo mia, è una storia di tutta una vita e di tutte le donne. Ed io sono donna, e sono figlia e madre di donna.
In questi giorni lotto col dolore e ci penso, ogni volta che mia figlia, a cui ho detto "mamma ha mal di pancia", mi chiede "ora stai bene? è passato?".
Mi sembra che ora più di prima questi temi diventano il fulcro della mia identità femminile, e che più che mai è importante il modo in cui mi porgo come modello nel mio essere donna e come vivo questo appuntamento col  dolore e col malessere.
Il messaggio che -come sempre senza parole- credo mi sia stato passato, sul mio essere donna, è quello della rassegnazione. "Donna partorirai con dolore", ma non solo, ché col dolore ci farai i conti più giorni al mese, come ad espiare una colpa, quella di essere femmina.
Di questo dolore quindi è inutile parlarne, condividerlo, comprenderlo, ascoltarlo. Tanto, non ha soluzioni. Un atteggiamento che spesso condivido con altre donne, e che forse oggi non mi sta più bene.
Non ha conclusioni, questo mio pensiero: penso solo che l'ascolto del dolore è terapeutico e rivitalizzante, e che capovolge la vulnerabilità in consapevolezza delle proprie strategie difensive. Conoscere un dolore, qualunque esso sia, lo rende meno temuto. E per una donna la conoscenza del dolore è, per me, decisamente fondamentale.

1 commento:

  1. La tua riflessione mi fa pensare.
    Purtroppo il dolore non guarda in faccia niente e nessuno, ne' il tempo ne le ragioni. Arriva quando gli pare.
    Imparare ad ascoltarlo... non ci credo tanto. Rassegnarsi, si, ma solo perche' non c'e' altra scelta.

    RispondiElimina

Queste pagine sono un Diario che tiene memoria della mia crescita, non vogliono rappresentare quindi opinioni e sentimenti condivisi. Ti dò il benvenuto tra i miei pensieri e le considerazioni sulla mia vita. Nel commentare ti chiedo di rispettare le mie opinioni personali, anche se diverse dalle tue. I commenti offensivi o irrispettosi verranno rimossi. Grazie per le tue parole.

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