Le mie foto
Spirito inquieto che segue le onde del cuore, nella mareggiata continua del diventare madre, mostrando di tanto in tanto il lato oscuro della Luna: quello che non si può raccontare.

martedì 30 giugno 2009

Caratterino



In questi giorni non so che ti prende ma sei vigorosa come un giocatore di rugby intenzionato ad uscire dalla mischia e a fare punto. Ti muovi vigorosa, forte, e a tratti anche agitata. Che succede là dentro? Ci stai scomoda? Vuoi parlare con qualcuno? Ti annoi? Non è più questione di posizione, lo sento, vuoi proprio dirmi qualcosa. Se per qualche ora ti ignoro, e nessuna mano si posa sulla pancia, sai come reclamare le tue attenzioni. Dovrei forse studiare il codice morse. Adesso hai parti appuntite e dure che se si muovono all'improvviso verso l'esterno fanno parecchio male. A volte concedi spettacolini da circo in cui tutta la pancia balla visibilmente. Ieri mi è sembrato di toccare un culetto... una parte larga e non troppo dura, sporgente ma non troppo lunga: non ho resistito, le ho affettuosamente dato sopra due boffette! Ti stai girando, ragazzina? Non sarebbe ora di non essere più podalica? Aspetto di vederti nell'ecografia che faremo tra qualche giorno, intanto ci sei tu che ti fai vedere "in superficie".


Questa è una famosa immagine che ho tante volte visto su internet di cui non conosco l'autore.
Questo è il link da cui l'ho presa, se qualcuno ne conoscesse la proprietà pregherei di farmelo sapere.

lunedì 29 giugno 2009

Count-down

In questi giorni i gruppi che frequento cominciano a decimarsi. Donne che si ritirano, donne che partoriscono, donne che decidono di concedersi maggiore riposo dopo qualche contrazione in più. Comincio a sentirmi un pò sola. Non c'è niente di peggio che restare ultima (o quasi) nella cerchia di partorienti che frequenti: cominci ad invidiare loro che già ne sono fuori anche se sai che hanno cominciato un capitolo non di certo facile, e la tua panciona che cresce ti sembra ancora più difficile da portarti dietro pensando che loro non la sentono già più. Vorrei che qualcuna di loro mi rassicurasse, dopo esserci passata ma temo che una domanda di troppo significherebbe un "non sai che ti aspetta": a certe donne piace così tanto vestirsi del ruolo di "chi la sa lunga", anche se in alcuni casi è "lunga" solo poche ore o giorni!
Chi non ha la pancia si organizza per le vacanze estive: quelle vacanze che noi non faremo, in vista di una lista di ragionevoli precauzioni che è lecito pensare di seguire almeno nell'ultimo periodo di gravidanza. Questo mi intristisce un pò, perché so che il parto non è un traguardo ma una partenza, e non ci sarà un "dopo" in cui è possibile rilassarsi.
Le mie ossa scricchiolano, la schiena minaccia di cedere ma ancora non molla, il mio corpo si piega sotto ulteriori deformazioni, a volte temo di non riuscire a resistere.
Il counter ha cominciato a scorrere verso il count-down, e i giri cominciano a diventare più stretti, le cose non rimandabili, i pensieri più densi.
Da qualche giorno mi sembra di scrivere sentendo la mia voce su queste pagine virtuali come un io-narrante che mi racconta. E' da un pò di giorni che mi chiedo il senso di tante cose, che mi chiedo come finirà questa storia, chi continuerà a leggermi sino alla fine, in questi ultimi giorni, se mi mancherete dopo che tutto sarà finito, e soprattutto cosa scrivere in questi momenti in cui il tempo sembra rallentare e le parole cominciano a diventare più liquide. Le sensazioni sono chiare, ma diffficili da tradurre in parole, come se il tempo dilatasse le forme e le rendesse un pò sfuggenti ad un primo sguardo.
La fine della gravidanza ha un ritmo tutto suo che non somiglia a niente che io abbia mai vissuto finora. C'è una velocità frenetica che sembra immobile (ma è tutto l'opposto): mente lo scrivo, mi torna in mente il paradosso che su tanti temi ho vissuto sin dall'inizio. Chi ha già partorito forse capirà di cosa parlo.
Il mio tono dell'umore è generalmente buono, forse meno angosciato se mi guardo indietro e ripenso ad altri momenti, ho la sana e dovuta paura di affrontare qualcosa di nuovo e sconosciuto come il parto. Solo i dolori che arrivano più forti e la mancanza di ferie mi angosciano più profondamente, ma sono transitori i primi, inevitabile la seconda.
Nuotare (quando riesco ad andare) mi aiuta molto: mi fa sentire "normale", "com'ero prima", "senza pancia", allevia quel peso insopportabile che ormai sento ovunque, persino sugli organi interni quando sono sdraiata. A questo però corrisponde un nuovo senso di concretezza di mia figlia che adesso comincia a diventare qualcuno con cui poter parlare, e che risponde in modo decisamente interattivo alle sensazioni sulla pancia. Se nei primi giorni della gravidanza nemmeno sapevo di essere incinta, ed era impossibile sentire la simbiosi che una creatura così minuscola stabilisce con il corpo di sua madre, se nel secondo trimestre la differenziazione tra ciò che ero io e ciò che era lei è diventata più evidente, se finora tutti i nostri ritmi sono stati diversi e quasi opposti (sonno-veglia, stasi-movimento), ora sembra essere iniziata una collaborazione in vista del "traguardo finale". Come se entrambe avessimo capito che c'è qualcosa che inevitabilmente dobbiamo fare "insieme", e che tantovale collaborare, nell'interesse reciproco. Al di là della battuta ironica, ho la sensazione che qualcosa si stia preparando ad andare in una direzione diversa, che le energie si convoglino, che le cose (sembra banale dirlo in un periodo di cambiamenti continui) stiano cambiando. Cambiare: sì, ancora, per l'ennesima volta. Per una come me che ha sempre temuto i cambiamenti, questo momento di vita è un continuo stravolgimento degli assetti, e se non dimenticherò tutto appena completata la mia metamorfosi (cosa che non mi auguro) avrò almeno imparato a fare i conti con l'imprevedibile incertezza prevista dall'avventura della crescita.

giovedì 25 giugno 2009

Corso pre-parto, quarta puntata

L'incontro con il caposala, l'Ostetrico. Sì, nel mio ospedale è un uomo, dall'aspetto di una certa esperienza, dai modi sicuri ma non rudi, dal fare confortante ma deciso. Si è presentato alla lezione sul post-parto accompagnato da un altro ostetrico uomo (l'intento è sempre quello di farci familiarizzare con tutto il personale) che a vederlo sembrava Big-Jim stile palestrato e "quanto sò figo". Sembrava giovincello, eppure durante la lezione abbiamo scoperto che è già padre di due figli: questo mi ha fatto riflettere sul fatto che spesso l'apparenza inganna, e spero che questo giochi a mio vantaggio.
Non sto dicendo nulla sulla lezione, vero? Sì, lo so, ma in realtà di questa lezione non c'è molto da dire. Ha parlato dei dolori da aspettarsi, tutti annoverati sotto l'etichetta di "non temete, è normale" (il fatto che sia normale li rende meno dolorosi?).
Dopo il parto, come detto altrove, si trascorrono due ore in osservazione prima della dimissione dalla sala-parto, periodo in cui il bimbo sta su una culletta termica, e se non ci sono complicazioni si sta accanto: "Piacere di conoscerti, io sono la mamma, bella giornata vero?".
Subito dopo il parto e nei primi giorni di degenza vengono effettuati dei controlli fisici e delle perdite ematiche, che a sentir parlare loro non sono niente di eccessivo, li hanno paragonati ad un lungo ciclo mestruale (chissà perché parlano del post parto come se fosse una passeggiata), e viene verificata la cicatrizzazione di eventuali punti.
La sensazione che mi rimane alla descrizione di tutte le manovre fatto al bimbo nelle primissime ore di vita (taglio del cordone, termoregolazione, disinfezione degli occhi, valutazione dell'indice di Apgar, etc) è quella di una certa angoscia. Lo so che tutto viene fatto nel bene del bambino, ma l'idea che lo sbalzo da dentro a fuori sia talmente drastico è qualcosa che mi mette inquietudine: da assenza di peso, temperatura costante, assenza di ogni bisogno, ad un modo così difficile...

martedì 23 giugno 2009

Corso pre-parto, terza puntata

Con un MisterG sempre più inquieto e nervoso (non capisco se è il periodo che si avvicina, se dipende dalla situazione lavorativa che sta vivendo, o se io sono più sensibile del solito, o da tutte queste cose, fatto è che è insolitamente intrattabile), mercoledì mattina sono andata al terzo incontro di corso di preparazione al parto.
Tema dell'ostetrica del giorno, tanto carina e simpatica, travaglio e parto.
Era munita di un simpatico "peluche" a forma di ossa di bacino, morbido, che si completava con un bambolotto in posizione fetale con una placenta in stoffa, morbida anche questa, con tanto di cordone ombelicale che si poteva attaccare-staccare al bambino pupazzo. Simpaticissimo per far vedere con esempi pratici forme, dimensioni e posizioni.
Il clima che queste giovani ostetriche creano al corso è molto rilassato (fin troppo, mi viene da pensare) e sembrano trattare certi argomenti come se stessero parlando di inezie, ma del resto comprendo che il loro intento è sdrammatizzare e eliminare ansie su in momento tanto importante quale quello del parto.

La durata del travaglio di solito è più lunga per le primipare come me, ci si aggira intorno alle 12 ore nel migliore dei casi: notizia fin troppo nota, che ogni volta mi fa sperare in una progressione non troppo lenta degli eventi. "Devi essere brava", mi dico, "collaborare col processo che sta avvenendo, aiutarti col respiro, assecondare senza opporre inutili resistenze che farebbero prolungare il tutto senza nessuna utilità".
Tecniche per fare questo ne ho imparata qualcuna, ora non mi resta che mettere in pratica quello che ho imparato su me stessa e sperare che MisterG, che ha partecipato al corso, sia esattamente l'uomo meraviglioso che è stato nelle simulazioni.
Vorrei riuscire a stare a casa per maggior tempo possibile: non solo per la fase prodromica del travaglio, quella in cui le contrazioni sono sparse e poco regolari, ma anche per una parte del periodo dilatante, se è possibile. L'ostetrica ha spiegato che le contrazioni si avvicineranno al ritmo di 2-5 minuti e alla durata di circa 50-60 secondi. Chissà come sarà quel dolore... quanto ampia sarà la superficie che coprirà... addome, cosce, schiena, fianchi, stomaco... Mi sento ignara e sprovveduta a non avere "conoscenza" di che esperienza è provare un dolore simile, e ho la sensazione che questa ignoranza mi preservi (forse no) da una paura ancora più grande (anche se è altrettanto vero che si teme solo quello che non si conosce).
Mi chiedo come sarà arrivare in ospedale e sottopormi alla prima visita, che mi dirà "a che punto sono": sarà presto, sarà tardi? Sarò già stanca, sarò serena? Vorrei tanto che mi dicessero che "sono già a buon punto", questo segnerebbe un tempo di attesa minore...
Intanto ci veniva mostrato il bambolotto che può incanalarsi in varie posizioni. La migliore e auspicabile è quella col faccino verso il basso e la nuca verso l'alto (rivolta al pube della mamma). Mi chiedevo che miracolo è che tutto si predisponga come deve essere, mi riempiva un pò d'ansia immaginare quanto poco ci voglia a far sì che le cose non siano come dovrebbero, e questo mi faceva pensare a quanto mistero c'è in questo processo che è la nascita.

Molte rassicurazioni su clistere, tricotomia, episiotomia, sono state date, e su di me hanno sortito il loro effetto. Altra frase rassicurante sulle spinte: "non preoccupatevi" ha detto l'ostetrica, "non dovrete ricordare nulla, saremo noi ad assistervi guidando il movimento che dovete eseguire nelle spinte. E' certo che alle prime vi impappinerete, ma vi verrà spontaneo capire come fare, man mano che procedete e che seguite i notri consigli".

Spero di fare tutto il travaglio in stanza (sarà una stanza privata) e di non dover passare dalla sala travaglio, dove MisterG non è ammesso in presenza di altre partorienti (comprensibile); spero di arrivare direttamente in sala parto, dove lui invece può seguirmi senza problemi. Prego che sia così più di ogni altra cosa: ho il terrore di rimanere sola. Se sarò arrivata in ospedale in tempo per i famosi 5-6 cm di dilatazione, mi verrà eseguita (per scelta) un'iniezione per l'analgesia, che consiste nell'inserimento di una cannula a "farfalla" nella parte bassa della schiena, e nella somministrazione a dosi ridotte di un analgesico (non di un anestetico, come per l'epidurale), che verrà monitorato dall'anestesista in base alle necessità del momento (per intenederci, quando urlerò con voce satanica "voglio morireeeeeeee" mi somministrerà qualcosa, se invece mantengo il self-control non mi somministra nulla).

Le voci su questo "momento" che si avvicina si intensificano, a tratti facendomi persino perdere la lucidità. Ed allora cerco di rimanere aggrappata alle mie consapevolezze, quelle poche che si possono avere riguardo ad una cosa che non hai ancora vissuto, e che possono debellare le paure che sorgono quando qualcosa non si conosce. Sto insistendo nel frequentare questo corso perché penso sia meglio sapere che non sapere. Alla fine, dimenticherò tutto e mi concentrerò sul vivere la mia esperienza.

giovedì 18 giugno 2009

E cominciamo a danzare

Ho colto il tuo singhiozzo per la prima volta, stamattina, e mi inonda la sensazione che le nostre onde cerebrali si avvicinino insieme in una danza sinuosa. Sei tu, ti sento. Sono piena di paure che stavolta sono solo e sempre più mie, soltanto mie. Tu sei grande, sicura, nonostante tu sia solo un piccolo cucciolo d'uomo, e più diventi forte, a volte mi sembra di immaginare, più io mi sento indebolire e diventare fragile. so che non è così, ma la sensazione (soprattutto emotiva) è fortemente quella, come un'implosione prima del Big-Bang. La fine della gravidanza corrisponde un pò ad una regressione, dicono, che ci mette in contatto con le nostre parti più istintuali, infantili, arcaiche e primitive, ci avvicina a linguaggi non mediati da razionalità ma da istinto. Ed io soffro un pò di questa incapacità di abbandonarmi all'istintualità, all'incapacità (o piuttosto sconosciuta capacità) di cedere alle lusinghe della mia parte più animale, la sola che mi consentirà di attraversare quel percorso con cui potrò donarti alla luce, dare aria al tuo primo respiro, non perché voglia tenerti ancora dentro di me possessivamente ma per quella profonda paura davanti all'ineluttabile obbligo di attraversare ciò che mi aspetta e al quale non posso sottrarmi.
Parte di tutto questo sei tu, figlia mia. Non ho minimamente idea di come sarà l'incontro con te. Immagino i tuoi occhioni languidi ed un pò buffi, che nella loro profondità mi chiedono "ma chi ce lo ha fatto fà???" Da anni, prima che tu esistessi, mi interrogo su questa domanda. Forse la risposta non la troverò mai, ma confido nel fatto che le generazioni future colmino il progresso di cui i genitori sono stati incapaci, e che tu possa trovare questa risposta al posto mio, non la mia, ma la tua. Tuo padre lo sa già, che senso ha vivere e per cosa gioire. Tua madre un pò meno. Ma mi basta solo che tu sia felice, e che sia capace di sentirlo: questa risposta arriverà, spero, per te.

lunedì 15 giugno 2009

Bisogno di traguardi

Ho sentito diverse donne raccontare che alla fine della gravidanza cominciano a sentire il desiderio di tenersi il bambino dentro la pancia. Lo raccontano come voglia di tenerlo protetto dentro di loro, piuttosto che separarsene. Mi chiedo ancora una volta se io sono così diversa da tutte le altre, ché questa cosa comincio a sentirla anch'io, ma con significati completamente diversi.
Io con la separazione non credo di avere particolari problemi, anzi, la immagino come qualcosa di buono, che apre possibilità in più, come quella di poter affidare la bambina a qualcun'altro e sentirmi un pò più leggera, anche se solo per un pò.
Quello su cui invece rifletto spesso per ora è il silenzio. Un silenzio in cui mi sento immersa e che mi piace tanto, e che mi chiedo quanto sarà interrotto e "distrutto" dalle sue urla. Separarci significa anche questo, che lei farà di tutto per farmi tornare ogni volta che mi allontano. Non me l'immagino come una cosa facile accorrere al grido di un neonato strillante per un qualsiasi motivo.
E il sonno che tanto importante sta diventando per me, forse proprio perché mai profondo, duraturo, e continuamente interrotto dai movimenti della pancia, mi sembra qualcosa che è un crimine togliere ad una coppia che decide di mettere al mondo un bambino.
Il parto si avvicina ed in me certi temi ritornano: non ho molta voglia di affrontare questo cambiamento di vita così radicale, e l'unica differenza rispetto a prima è che mi sento un pò meno in lotta contro l'ineluttabilità della cosa. Ciò non toglie che non riesco a mettere un "traguardo" da raggiungere e superare, per poi girare pagina e scrivere la parola fine: nel senso che, se mi dicessi stanca della gravidanza, attenderei la data del parto come qualcosa che mette fine a questa cosa. Ma riguardo al dopo, non riesco a immaginare, per consolarmi, qualcosa a cui pensare per sentirmi fuori da quello che non mi va di fare. Sarà un periodo lungo, quello dei primi mesi con mia figlia, e me lo immagino anche molto difficile. Un periodo lungo e senza traguardi, che non prevede altro che il trascorrere del tempo in attività nuove. Forse scoprirò che non è poi così terribile, forse scoprirò (come per la gravidanza) che non mi ha cambiato poi così radicalmente, forse scoprirò che posso mantenere alcune delle mie vecchie abitudini, forse scoprirò che si ha paura solo di quello che non si conosce.

Corso preparto - seconda puntata

E' con un pò di ritardo che racconto della nostra seconda avventura in ospedale: il giorno stesso siamo partiti per andare a fare un corso molto più serio, molto più bello, che merita un racconto a sé stante.
Della nostra "seconda puntata", che riporto per dovere di cronaca, per tutte coloro che come me prima di frequentarlo si sono chieste cosa è un corso pre-parto, non ho poi molto da dire se non che la lezione dell'ostetrica, un'altra persona rispetto alla volta scorsa, è stata interessante: per essere arrivati con qualche minuto di ritardo mi sono persa la descrizione di un gancio con cui viene praticata la rottura delle membrane nel caso in cui questo sia necessario (se non si sono rotte spontaneamente, se c'è un'induzione di parto, etc). Nel contempo, l'argomento verteva sul travaglio, come si ricnosce quando inizia, quali tecniche sono necessarie per indurlo medicalmente (cosa che temo moltissimo).
Sono arrivata in ospedale canticchiando, quella mattina, di buonumore, per andare via nervosa come raramente mi capita.
Confusione, tanta, per informazioni che non mi convincono, che mi spaventano, come il fatto che l'epidurale mi costringerà all'immobilità assoluta, e questo mi fa pensare che il travaglio rallenti, e che io non possa assumere una posizione che non sia supina (quella nella quale mi trovo peggio).
Ho la sensazione che quando sono dal medico aspetto il corso per chiarirmi le idee, e quando sono al corso voglio chiarirmele chiedendo al medico. In pratica faccio fatica a mettere insieme il tutto.
Solo una cosa mi è di conforto: vedere che quando spiegano qualcosa che riguarda il corpo, le posizioni che alleviano il dolore, mi ritrovo ad accorgermi che certe cose le so già senza che nessuno me le abbia dette, e le ho anche messe in pratica: il corpo ha una grande sapienza che noi nemmeno conosciamo, mi ripropongo di ascoltarlo di più per capire qual'è la cosa migliore da fare... sono certa di non sbagliare.
Seconda parte: il training autogeno.
Se solo la psicologa si degnasse di arrivare in orario, probabilmente la mia disposizione al rilassamento sarebbe migliore.
Se solo la psicologa si degnasse di non proferire frasi senza senso, come "l'importante è mantenere il CONTROLLO, non urlare, per non sbattere col diaframma sull'utero facendovi male, e per non disturbare gli operatori". No, questo no, non mi confonderà: sono più che certa che il controllo, per come lei lo intende, è l'opposto dell'abbandono che prelude al rilassamento, e che abbandonarsi significa aprirsi al dolore, e attraversarlo, e con questo favorire il processo di apertura che è il parto, agevolandolo e accellerandolo.
Sono certa, ancora, che le vocalizzazioni che aprono il respiro, qualunque cosa ne pensino "gli operatori", aiutano a seguire con tutte le parti del corpo ciò che avviene dentro. Anche se può sembrare una cosa "disperata" (l'urlo), credo che il parto sia una cosa profondamente "animale" ed istintuale (in senso positivo), e che in un mondo dove siamo abituati a voler controllare tutto, anche un processo incontrollabile come la nascita, non è concepibile il recupero dell'istintualità più profonda di una donna. Con questo non intendo che urlare se non ne hai voglia sia necessario, ma che altettanto paradossale pensare di "controllarsi". L'apertura della gola e del diaframma rendono più ampia la sopportazione del dolore. Purché ci sia consapevolezza che il suono deve aprirvi e farvi trovare il centro di voi stesse, e non farvi "perdere" dietro al dolore, penso sia meglio vocalizzare. C'è una sottile ma sostanziale linea di demarcazione tra abbandonarsi e perdere il controllo, e ci si gioca tutto tra il desiderio e la paura di questo. Il dolore del travaglio penso comporti il vivere una delle esperienze emozionali più istintuali ed arcaiche, e come tale si esprime con linguaggi che non sono mediati dalla cognizione o dalla razionalità, ma dall'istinto. Non so che suoni emetterò io, forse una forte e lunga A, forse nessuno, non riesco ad immaginarlo. Posso solo raccontare di aver scoperto le vocalizzazioni durante le nausee gravidiche, e queste mi hanno aiutato molto ad attenuare dolore, ma anche angoscia e smarrimento davanti alle forti sensazioni fisiche.
Detto questo, sdraiate su tappetini sporchissimi ed insufficienti di numero, abbiamo ascoltato la sua voce che ci indicava come rilssare varie parti del corpo e respirare profondamente: utile. Ma volutamente sintetico e inserito alla fine, per sottolineare quanto piccola sia la parte positiva che questo corso riesce ad avere su di me. Non ho ancora deciso di desistere, credo ancora che possa esserci qualcosa di buono da imparare. Fra due giorni la terza lezione.

giovedì 11 giugno 2009

Affidarsi alle ambivalenze

A volte i compiti evolutivi della vita di ciascuno sono un salto nel vuoto, in cui non puoi prevedere tutto quello che accadrà. Puoi organizzare alcune cose, che ne costituiscono un minima parte, ma non puoi farlo per tutto. L'arduo compito di vivere è dato dall'affidarsi all'imprevedibile.
Tutto questo io lo capisco, ciononostante, mi riesce difficile non cedere all'ansia che accompagna l'idea che la nascita di mia figlia sia, almeno in parte, un salto nel vuoto. Ciò che mi ha dato sicurezza ultimamente è stato un attivismo che ha sostituito la passività dei primi mesi, e che in qualche modo mi ha dato il senso di "preparare" qualcosa, di prendere responsabilità e potere nel mio percorso. Negli ultimi giorni un senso di imprevedibilità e di ansia si è invece sostituito alle certezze, preoccupandomi.
Ansia a parte, oggi penso quasi che è nella naturale evoluzione di questo percorso che, dopo aver organizzato ben benino alcune cose (non a caso ieri abbiamo finalmente scelto alcune cose fondamentali che sono state inserite in lista nascita: passeggino, fasciatoio, lettino... il mondo di mia figlia comincia ad essere popolato di oggetti concreti), subentri la sensazione che quello che si può "fare", "organizzare", è solo una piccola parte. Il resto è un'avventura incognita.
Questa frase assumerebbe significati diversi (positivi o negativi) per ciascuno, per me è un pò preoccupante, sia perché partorire è una cosa che agita un pò tutte quando si avvicina il momento, sia perché la mia capacità di affidarmi all'imprevedibile non è particolarmente sviluppata. Consapevole che sia solo un'illusione, ho passato uguamente la vita a cercare di avere il controllo sulle cose, controllo che spesso, nei fatti più importanti, si è rivelato fittizio ma talvolta rassicurante.
Sentire la mia forza, quella insita e naturale che scorre nelle vene di ciascun individuo, di ciascuna donna, mi aiuterebbe. Ma è una forza mai sperimentata, mai provata, e sulla quale attualmente dubito.
Comincio a intuire cosa si intende quando si dice che si esce dall'esperienza del parto una persona nuova: con una consapevolezza su esperienze mai contattate prima, e gli esiti possono essere positivi o negativi, che sicuramente arricchiscono il nostro modo di essere e di percepirci.
Io sono sempre stata una che vuole farcela da sola, ma per la prima volta nella mia vita non ho mai avuto più paura di adesso che stavolta sia così. Cerco disperatamente un sostegno che non riesce a rassicurarmi, in MisterG (ho irragionevolmente paura che me lo tolgano quando mi serve averlo accanto, o che non sappia farsi presente ai miei bisogni), in una struttura ospedaliera alla quale non riesco ad affidarmi nemmeno con tutte le organizzazioni del caso...
Partorirò in ospedale, uno dei più affidabili della mia città, dove lo staff è ottimo, dove non si pratica il cesareo di routine, con una camera a pagamento che mi garantisce privacy e tranquillità, e con il mio ginecologo e la mia ostetrica. Ieri, al controllo mensile, lui mi ha detto le parole che da mesi aspettavo e che oggi mi confermano come andrà: "io e Roberta saremo lì per te per tutto il travaglio, puoi contattarci 24 ore su 24".
Tutto è "formalmente" tranquillo e rassicurante, eppure dentro di me qualcosa non mi convince. Manca una parte, probabilmente la mia.
Mi dò il permesso di vivere quest'ansia in senso evolutivo, pensando che non è possibile trovare certezze in un'esperienza non ancora vissuta, sentendola come un lumino che illumina la strada su cui devo muovere i miei passi verso questa "cosa nuova". Penso che sarà terribile, ed anche meno terribile di quello che posso immaginare senza conoscere, e che alla fine non ci sarà più.
Penso che quello che inizierà dopo sarà faticoso, anche se graduale.
Mi chiedo se avrò delle "vie di fuga", e in fondo al mio cuore spero di riuscire ad adattarmi, in qualche modo. Ma prima di pensare al dopo, vivo il presente, con sentimenti di sconforto, alternati ad interventismo organizzativo che mi aiuta a non subire la situazione passivamente.
Sembra incredibile, ma questa settimana arriviamo al numero Trenta (dovremmo festeggiare?): con un pò di insofferenza, stanchezza e tanto caldo, tutto andrebbe meglio se riuscissi a dormire la notte e se mia figlia non si fosse accucciata con la testa sotto la mia costola (è podalica!!!), provocandomi un continuo dolore alla cassa toracica che ogni giorno diventa più forte. Scherzando diciamo che il suo peso specifico si avvicina a quello del piombo, dato che -come la mamma- è un pò in sovrappeso rispetto alla media.
Il traguardo mi sembra sempre più vicino, comincia ad intravedersi. Sollievo e agitazione sono sensazioni che associo alla parola "fine", ma non trovo conforto nel fatto che questa "fine" è in realtà un "inizio". Ambivalenza: parola principe di questa gravidanza, che si concretizza ogni volta nelle sensazioni provate davanti allo schermo dell'ecografia (controllo mensile fatto in settimana) quando vedo mia figlia in faccia sempre più nitidamente (comincio ad avere un'idea della sua espressione del volto): paura del suo esserci, e meraviglia per la creatura che porto dentro.

giovedì 4 giugno 2009

Corso preparto - prima puntata

Dopo la vacanza all'estero, passata a stremare le mie gambe e NON-esercitare il resto dei miei muscoli, mi ha fatto un discreto piacere tornare in quel luogo che al primo impatto mi ha fatto versare lacrime di terrore: prova del fatto che non era il contesto ma i miei vissuti personali sull'inizio di questo nuovo periodo di preparazione (misto ad una buona dose di fragilità emotiva, sia per la gravidanza che per la recente morte di mio padre).
Momenti di sconforto mi attraversano ancora, così come una forte ansia, che è però confinata a circoscritti episodi. La possibilità di pensare alle mie risorse, possibilità da mettere in pratica in momenti di "difficoltà", comincia lentamente a profilarsi, anche se poco nitida e forte, ancora.

Mercoledì mattina io e MisterG, armati di buona volontà e non poco nervosismo, ci siamo presentati alla struttura dove partorirò, per l'inizio del tanto discusso corso preparto. Motivo personale della scelta: voglia di familiarizzare con la struttura ed il personale, e buona dose di umiltà sul "c'è sempre qualcosa da imparare".
Auletta in seminterrato, affollata di donne con la pancia dall'aria smarrita da primo giorno di scuola (ma io stavolta ero preparata all'immersione nel "mare di pance"!) e un paio di papà oltre il mio compagno. Con stupore ho notato che qualcuno si è fatta accompagnare dalla propria madre.
La prima lezione è stata tenuta dall'ostetrica con la quale partorirò, che io, tra l'altro, avendola vista solo una volta, non ho nemmeno riconosciuto. Mi inquieta terribilmente la sensazione che sia troppo giovane, unita ad un indefinibile non-so-che che mi rende difficile immaginarmi di affidarmi a lei per farmi sostenere nel dolore. Cerco di scacciare questo pensiero pensando che così dev'essere e cercando di trovare pensieri ancora poco concreti sul fatto che lei sarà la persona giusta (ce la posso fare!).
Con un certo sbigottimento, io e MisterG ci siamo fermati a constatare che i temi di esordio sono stati ovulazione e fecondazione: giusto per concederci una battuta di spirito, ad un certo punto MisterG ha fatto notare che ciascuno di noi aveva già superato quella fase! Tutte le donne col pancione hanno riso sottolineando che al più avremmo potuto tenere in considerazione quei concetti per una prossima gravidanza.
Abbiamo proseguito con le fasi di sviluppo dell'embrione e poco altro.
Il corso doveva prevedere, per quanto ne ho capito, una ginnastica che non è stata fatta pare per ragioni di spazio. Con un'ora di ritardo è arrivata una psicologa che dovrà condurre il corso di training autogeno, e che non si è né presentata, né scusata per il ritardo, ma piuttosto lamentata del nostro esubero numerico come se il gruppo non fosse stato composto da loro ma fosse piuttosto una nostra colpa il fatto che lo spazio ed i materassini sarebbero stati insufficienti (!!!).
E' seguito giro di presentazioni da parte nostra, nel quale ci veniva richiesto di dire il nostro nome, la nostra età, qualcosa sulla nostra gravidanza, com'è andata finora (sempre dalla suddetta persona che non si è presentata e che a quanto pare non è nemmeno madre).
Siamo tutte donne più o meno coetanee, alla prima gravidanza, tra il settimo e l'inizio dell'ottavo mese. Il discorso introduttivo faceva ben sperare sul fatto che è stato detto che questo gruppo dovrebbe essere un luogo di confronto e di accoglienza delle difficoltè e delle contraddizioni, dei conflitti, dell'ambivalenza, che accompagna la gravidanza e il puerperio, che noi ne siamo consapevoli o meno.
"Bene" mi son detta, "finalmente qualcuno che lo dice".
Peccato però che nei fatti, almeno a questo primo incontro, così non è stato: in un ambiente nuovo fatto da persone sconosciute, lo stereotipo del "sono una mamma felice che ha desiderato questa gravidanza sopra ogni cosa e sono certa che l'amore per mio figlio mi farà superare tutte le difficoltà" ha avuto necessità di prevalere (cosa che trovo anche piuttosto comprensibile, e ora spiego anche perché): qualcuna -più di una- ha timidamente provato ad accennare a frasi del tipo "ho paura del parto" o "ho paura del post-parto", o altri timori, ma da sola, in funzione autodifensiva e per timore di essere giudicata male da gente sconosciuta, si autocensurava smentendo quello che aveva appena detto con frasi autoconsolatorie. Questo fatto, piuttosto che ricevere l'adeguato sostegno da parte della psicologa, che avrebbe dovuto supportare l'espressione del disagio e il coinvolgimento del gruppo sul tema (la circolarità, credo, avrebbe consentito di far sentire la malcapitata meno "aliena"), ha invece trovato frasi scontate da "cultura popolare" (da inorridire la battuta "ma si! in fondo partoriscono tutte le donne del mondo!!!) che hanno ottenuto l'effetto totalmente contrario al proposito dell'espressione dell'ambivalenza, delle paure, e delle difficoltà.
Voglio dare alla psicologa il beneficio del dubbio, e pensare che il suo sapere e la sua competenza si manifesteranno negli incontri successivi.
Tanta rabbia e tanta ansia mi si sono attivate stando seduta in quel cerchio, soprattutto rispetto a queste incompetenze professionali. Il gruppo mi piace, per quel che ho potuto vedere, ma stare lì per me non è facile. Ho la fortuna di poter lavorare altrove sulle mie difficoltè personali, e mi sento abbastanza sostenuta da altre fonti, ma mi crederete se dico che coerentemente ho espresso me stessa per quello che sono: ho detto Come sono rimasta incinta, come Non volessi questa gravidanza, come ci sono stata male all'inizio, le difficoltà ad accettarla, i vissuti di rabbia, e il percorso che mi ha portato a sceglierla, attraverso le mie grandi difficoltà, scegliendo di non abortire, e di curare piuttosto le mie minacce d'aborto. Mi sento ora attivamente responsabile della scelta di portarla avanti, ed altrettanto responsabile che questo per me ha significato e significa venire a patti con le mie difficoltà più profonde. Ho sottolineato il valore positivo che questa sfida ha per me, e che la maternità per me costituisce un'avventura che, nonostante tutto, voglio scoprire come andrà a finire, nella fiducia che dopo tanto dolore, dopo un temporale, prima o poi spunta sempre il sole. Almeno un raggio. Tutto cambia.

martedì 2 giugno 2009

Volare via

Quanto siamo pazzi non lo so, forse tanto. Ma non siamo incoscienti.
Muniti di certificato e di "permesso del medico", ci siamo convinti a volare per qualche giorno in un Paese verde e fresco, stressati (soprattutto la sottoscritta) da un caldo torrido che toglie il fiato. Avevamo bisogno di un pò di relax, e di una vacanza che dopo potrebbe essere difficile concedersi. Quindi abbiamo lasciato l'afosa nostra terra per migrare verso temperature più fresche.
Qualche chilo in più ce l'avevamo: nella valigia, e nella pancia. Se dovessi volare al chilo, non mi imbarcherebbero nemmeno nella stiva.
Come qualcuno mi ha fatto notare, questa bambina sta già girando parecchio prima ancora di venire fuori, dato che la mamma ultimamente non fa che portarla in giro per il mondo per motivi di lavoro (fino ad ora solo per altre città, ma adesso siamo anche espatriati!).
C'è una persona che devo ringraziare per questa decisione presa all'improvviso, e realizzata, come ci è solito, in pochi giorni (o meglio pochi istanti): lei si chiama Mirtilla, ha partorito da poco, ed è una mia "collega" del corso in palestra. Le ho confidato in un momento di depressione quanto mi intristisse il desiderio di fare una vacanza, la prospettiva di passare i mesi più caldi senza concedermi i viaggi che amo fare con MisterG, e il peso delle rinunce che già mi si impongono. Lei mi ha sottolineato che la gravidanza non è una malattia (cosa che di solito sai già ma che stranamente ogni tanto ti esce dalla mente e ti convinci di cretinate auto-restrittive), che rinunciare toglie serenità e buonumore, e nei limiti del possibile e del ragionevole non devo privarmi eccessivamente. Beh, ha funzionato. Nonostante tutti abbiano detto che siamo un pò pazzi ("di solito questi viaggi si spostano a dopo il parto, non durante il terzo trimestre gravidanza!"), il che probabilmente è vero, siamo andati in vacanza all'estero. Non c'erano controindicazioni e motivi di salute e non è stata la solita vacanza (molto più "soft" rispetto a prima), ma è stata una vacanza, una ventata di ossigeno, staccare la spina dalle cose di ogni giorno. Mi sono resa conto di quanto a volte entriamo in un circolo stressante di auto-limitazione che ci impedisce di vivere con un briciolo di serenità in più. Sì, lo ammetto, io ero nelle condizioni fisiche di poterlo fare e non per tutte è così, e ciononostante non mancava l'ansia che potesse succedere qualcosa proprio all'estero (dal momento che siamo già a metà del settimo mese di gravidanza e qualche contrazione non manca), ma mi sono fatta forza, ed ho creduto negli effetti positivi di un momento terapeuticamente rilassante per mamma&papà. Lo è stato. Questo ha avuto un significato molto particolare per me, soprattutto dopo la morte di mio padre.
Tornare non è stato facile. Non tanto per la tipica nostalgia da "non voglio tornare, voglio restare in vacanza", ma per la presa di coscienza di un momento di passaggio che questo viaggio in qualche modo ha segnato. Mi sentivo particolarmente "emotiva" per quello che succedera' da ora in poi, dopo questo rientro.
Ho come la sensazione che questa vacanza chiuda per me un capitolo e ne apra uno molto importante. Nemmeno a dirvelo, io rimarrei volentieri ancora un po' in questo capitolo qui, nonostante io non sia la solita di sempre, e la pancia cominci a farmi faticare parecchio (ma e' come se ancora riuscissi a gestirla, ancora per poco). Quello che per ora conosco, per quanto nuovo, mi fa meno paura dell'ignoto, e quello che succedera' dopo e' un viaggio davvero troppo sconosciuto per me, e mi spaventa (come penso sia normale).
Tutte le volte che in questi giorni abbiamo detto "la prossima volta faremo, la prossima volta andremo, la prossima volta torneremo" mi sono sempre chiesta, con una punta di tristezza, come saro' la prossima volta. Non che io creda di non poter più fare niente di simile, assolutamente no: penso che lo farò in modo diverso, come già ora avviene, e che nei limiti del possibile la nostra determinazione ci poterà a trovare altri momenti di vacanza che saranno per noi soddisfacenti, anche in tre. Mi sono invece chiesta se tornero' la stessa di prima. Lo credo poco. Non tanto per le cose pratiche, ma per i cambiamenti che ti succedono dentro. Mi sembra un viaggio senza ritorno, quello che faro' adesso, e credo proprio che lo sia.
Mi sono concessa questa vacanza ("fuga") a meta' tra quella che ero e quella che saro', un viaggio all'estero prima di un viaggio che dovrò fare dentro di me. E nonostante tutte le riflessioni che mi sono affiorate dentro su quel viaggio che è diventare madre, il messaggio per voi vuole essere positivo: a volte essere troppo proiettati in quello che sta per succedere ci fa perdere di vista quello che sta ancora succedendo, ed io sono ancora in grado di godermi una vacanza "di coppia" che tanto nutre il diventare genitori. Questo vorrei non dimenticarlo, se è possibile, anche dopo.

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