Quella che mi lascia un pò interdetta è la discrepanza tra quello che sento, e che qualche audace amica ha il coraggio di confessarmi (a mezze parole, velatamente, celando le parole dalle tinte più forti), e quello che invece ruota, dal punto di vista sociale, intorno alla maternità. La parte "pubblica" è tutta in rosa, quella privata si tinge di colori oscuri. L'una non nega l'altra, d'accordo, questo sto incominciando a capirlo, ma la contraddizione apparente è questa convinvenza di paradossi che riescono a respirare perfettamente l'uno dell'altro. Quante voci esterne risuonano dentro... quanto un corpo gravido può fare da cassa di risonanza... quanti echi...
Creare e creatività hanno la stessa radice. Anzi, sono proprio la stessa parola. Da un pò di giorni mi chiedo in quale modo può diventare creativo il mio dolore. Nel delirio di onnipotenza di una madre-creatrice proprio non mi ci ritrovo, e non so se è bene o male, ma non riesco proprio a sentirmi "potente" perché sto creando (o meglio, il mio corpo lo sta facendo) un bambino. Forse dovrei. Forse mi aiuterebbe. Forse, almeno un pochino.
Responsabilità (nel senso più positivo del termine, e non nel suo significato comunemente inteso di "colpa") è un'altra parola che sto cercando dentro di me. Cerco di assumermela, collegandola alla creatività, alla forza, al potere buono e pulito di essere padrona di quello che mi succede. E non è facile...
Invasione (ecco perché il nomignolo di Baby-Alien) è stato il primo vissuto che ho sentito. Qualcuno di competente mi ha spiegato che è un vissuto che in gravidanza ci entra tutto e appieno, e nel mio caso ancora di più. E la si sopporta male questa invasione.
Nonostante tutto "si è attaccato alla parte più nutriente e sana di me". E' da questo punto di vista che Baby-Alien si è differenziato da me: è andato dritto verso ciò che di buono c'era per lui, senza che io sapessi che qualcosa di buono c'era. Quando ho avuto l'emorragia ed il distacco della placenta ho pensato "lo sapevo che non ero capace di tenerti, perché non ti voglio". Eppure sono rimasta a letto, non ho rifiutato le cure, ho subìto una situazione da delirio per me (immobilità, solitudine, non lavorare più, e tanto altro), e penso di averlo fatto perché ho avuto paura del dolore. Quello che stava succedendo era collegato al mio sangue, al mio corpo, al mio dolore. Quel giorno non l'ho capito, l'ho fatto d'istinto: ma oggi posso dire di aver intuito che il mio benessere dipendeva dal suo, il suo dal mio. Io e lui, così diversi, eppure così capaci di rimanere insieme. Se avessi dovuto usare una di quelle frasi sceme che le mamme usano quando proiettano pensieri (inesistenti) sul feto, questa sarebbe stata "Mammina, lo so che non vedi l'ora di farmi uscire e di separarti da me, ma se permetti io resto qui un altro pò, perché mi serve".
La mia prima reazione sarebbe stata "... innanzitutto non chiamarmi mammina". Ma figurati se i figli ti ascoltano e sono obbedienti. La seconda reazione, di fatto, è stata quella di fare quello che cosicchio voleva, ovvero farlo restare lì.
Oggi vorrei dirgli (ma non so se glielo dirò mai) che è stato difficilissimo dargli questo permesso, questa opportunità. E quanto dolore (fisico e mentale) nel lasciarmi invadere, nel mettere a disposizione il mio corpo.
Ma cosa si impara da un'esperienza di invasione? Può tanto dolore bonificare davvero?
A volte penso al respiro: niente entra se non esce l'aria, e viceversa. Forse doveva entrare qualcosa di nuovo per permettere a tutto il dolore vecchio di uscire: questo è l'unico senso che riesco a trovare al mio frequente soffrire, alla mia (im)paziente sopportazione (sopportare = dal latino, sub-portare, portare su, reggere, sostenere, soffrire).
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