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Spirito inquieto che segue le onde del cuore, nella mareggiata continua del diventare madre, mostrando di tanto in tanto il lato oscuro della Luna: quello che non si può raccontare.

venerdì 20 febbraio 2009

Una strana bonifica

La cosa che più mi ha stupìto, da quando sono rimasta incinta, è stata quante cose fa venire a galla la maternità. L'immagine iniziale in realtà era quella di una fogna che si ottura. Piano piano però mi rendo conto del potere depurativo di quest'opera di "bonifica".
Quella che mi lascia un pò interdetta è la discrepanza tra quello che sento, e che qualche audace amica ha il coraggio di confessarmi (a mezze parole, velatamente, celando le parole dalle tinte più forti), e quello che invece ruota, dal punto di vista sociale, intorno alla maternità. La parte "pubblica" è tutta in rosa, quella privata si tinge di colori oscuri. L'una non nega l'altra, d'accordo, questo sto incominciando a capirlo, ma la contraddizione apparente è questa convinvenza di paradossi che riescono a respirare perfettamente l'uno dell'altro. Quante voci esterne risuonano dentro... quanto un corpo gravido può fare da cassa di risonanza... quanti echi...
Creare e creatività hanno la stessa radice. Anzi, sono proprio la stessa parola. Da un pò di giorni mi chiedo in quale modo può diventare creativo il mio dolore. Nel delirio di onnipotenza di una madre-creatrice proprio non mi ci ritrovo, e non so se è bene o male, ma non riesco proprio a sentirmi "potente" perché sto creando (o meglio, il mio corpo lo sta facendo) un bambino. Forse dovrei. Forse mi aiuterebbe. Forse, almeno un pochino.
Responsabilità (nel senso più positivo del termine, e non nel suo significato comunemente inteso di "colpa") è un'altra parola che sto cercando dentro di me. Cerco di assumermela, collegandola alla creatività, alla forza, al potere buono e pulito di essere padrona di quello che mi succede. E non è facile...
Invasione (ecco perché il nomignolo di Baby-Alien) è stato il primo vissuto che ho sentito. Qualcuno di competente mi ha spiegato che è un vissuto che in gravidanza ci entra tutto e appieno, e nel mio caso ancora di più. E la si sopporta male questa invasione.
Nonostante tutto "si è attaccato alla parte più nutriente e sana di me". E' da questo punto di vista che Baby-Alien si è differenziato da me: è andato dritto verso ciò che di buono c'era per lui, senza che io sapessi che qualcosa di buono c'era. Quando ho avuto l'emorragia ed il distacco della placenta ho pensato "lo sapevo che non ero capace di tenerti, perché non ti voglio". Eppure sono rimasta a letto, non ho rifiutato le cure, ho subìto una situazione da delirio per me (immobilità, solitudine, non lavorare più, e tanto altro), e penso di averlo fatto perché ho avuto paura del dolore. Quello che stava succedendo era collegato al mio sangue, al mio corpo, al mio dolore. Quel giorno non l'ho capito, l'ho fatto d'istinto: ma oggi posso dire di aver intuito che il mio benessere dipendeva dal suo, il suo dal mio. Io e lui, così diversi, eppure così capaci di rimanere insieme. Se avessi dovuto usare una di quelle frasi sceme che le mamme usano quando proiettano pensieri (inesistenti) sul feto, questa sarebbe stata "Mammina, lo so che non vedi l'ora di farmi uscire e di separarti da me, ma se permetti io resto qui un altro pò, perché mi serve".
La mia prima reazione sarebbe stata "... innanzitutto non chiamarmi mammina". Ma figurati se i figli ti ascoltano e sono obbedienti. La seconda reazione, di fatto, è stata quella di fare quello che cosicchio voleva, ovvero farlo restare lì.
Oggi vorrei dirgli (ma non so se glielo dirò mai) che è stato difficilissimo dargli questo permesso, questa opportunità. E quanto dolore (fisico e mentale) nel lasciarmi invadere, nel mettere a disposizione il mio corpo.
Ma cosa si impara da un'esperienza di invasione? Può tanto dolore bonificare davvero?
A volte penso al respiro: niente entra se non esce l'aria, e viceversa. Forse doveva entrare qualcosa di nuovo per permettere a tutto il dolore vecchio di uscire: questo è l'unico senso che riesco a trovare al mio frequente soffrire, alla mia (im)paziente sopportazione (sopportare = dal latino, sub-portare, portare su, reggere, sostenere, soffrire).

venerdì 6 febbraio 2009

Iniziamo da un addio

Addio a tutto quello che non ritornerà. Forse comincerei da qui, dalla repentinità con cui mi sono ritrovata in questa esperienza.
Una parte delle lacrime che ho pianto sono per ciò che ero e che ho dovuto abbandonare da un giorno all'altro, e per il tempo per desiderare un figlio che non sono riuscita a prendermi. Il tempo del progetto, il tempo della scelta. Se questo tempo lo avessi avuto, non so se mai mi sarei data la possibilità. I motivi sono tanti, e per raccontarli tutti ci vorrebbe un'intera vita, -appunto- la mia. Ma c'è un pensare positivo che mi fa dire "chissà", e crede che forse anche il desiderio di avere un figlio, paradossalmente, un giorno sarebbe venuto fuori. Invece adesso per me funziona al contrario, e il desiderio di un figlio deve crescere, se ci riesco, insieme alla pancia. A fatto già avvenuto, non come scelta ma come accettazione.
Lotto ancora contro la voce della gente che dice che se sono rimasta incinta in fondo lo volevo: una discreta età, un discreto numero di anni di matrimonio, sembra che ad un certo punto SI DEVE fare un figlio. Non era questo che mi dicevano? Il mio NO si leverà eternamente forte e deciso contro questa convinzione, e si rifiuterà per sempre di farsi cucire addosso qualcosa di non mio.
All'inizio mi sentivo, e mi facevano sentire, strana, inadeguata al mondo di mamme che pur nelle loro paure riescono a dire "che meraviglia il miracolo della vita". Io no. Io piangevo ininterrottamente notte e giorno e non riuscivo a darmi pace, nonostante un marito adorabile che desidera questa gravidanza con tutte le sue forze (se non fosse stato per la sua capacità di accogliere il mio dolore e il mio "delirio", non avrei mai potuto esprimerlo ed elaborarlo) e pronto a sostenermi con la sua positività.
E non c'è soltanto questo. La malattia di un genitore, i suoi bisogni, a volte assorbono tutta la capacità di prendersi cura, che per me non potevano -ancora- essere rivolte verso la generazione futura perché troppo impegnate verso quella passata. Ecco che la prima reazione è stata di panico, perché ho fatto molta fatica a "ripensare" un modo nuovo di vivere la mia quotidianità che facesse posto ad un figlio senza togliere spazio a ciò che già mi assorbiva completamente. Mi sono ritrovata a pensarmi sola, senza un sostegno familiare. E il lavoro: precario, in continua costruzione nonostante i tanti investimenti di impegno e di soldi, con i clienti che non ti aspettano ed i datori di lavoro che non ti assumono. Tanta fatica a stare in un giro in cui lavori tanto gratis e poco con retribuzione, e appena ti fermi per fare un figlio... chissà.
Il mio inizio è stato un pò "travagliato", questa gravidanza non la cercavo e mi ha investito in pieno come un tir: non l'ho scelta, ma ho scelto di portarla avanti.
La porto avanti con il coraggio di dire quello che sento: la mia gravidanza urla verità, sincerità, chiarezza. Quando dico che non è tutto rosa molte donne (e qualche uomo) si spaventano. Perché se dici la verità, compresa quella più sgradevole come "ho paura" e "questo figlio non lo volevo", allora diventi una madre imperfetta, di quelle che forse l'istinto materno non ce l'ha.
Io sono convinta di avercelo, ma forse diverso da tutte le altre. E comunque, sto ancora cercando di scoprire che forma ha, il mio. Sono convinta che essere me stessa sia pulizia, sia chiarezza, sia il modo più sano di accogliere la mia creatura (che non ha colpe, questo mi è stato chiaro sin dall'inizio), e di dargli la possibilità di esprimersi dentro una mamma che a volte prova gioia, a volte prova dolore, ma non per questo non sarà una buona madre.
Non sarà facile, ma sento che posso farcela, e in qualche modo ce la farò. Sono in cammino. Dove sto andando non lo so, la strada è ancora lunga, ma è una sfida con me stessa e con la mia capacità di trovare qualcosa di creativo nel dolore che sto attraversando.

Il silenzio del prima

C'è una vecchia usanza scaramantica che dice che prima di tre mesi non si annuncia una gravidanza. Il periodo è così delicato che tutto può succedere, e quindi si attendono gli eventi prima di rendere di largo dominio la notizia. Non so se per me è stato così: innanzitutto perché l' annunciaziò è avvenuta appena pochi giorni dopo il mio primo test di gravidanza, in pompa magna, nonostante io volessi ancora un pò di tempo per capire realmente cosa stesse capitando (e soprattutto se davvero stava capitando A ME); e poi, diciamocelo, non essendo una gravidanza cercata ma capitata, erano già passate otto settimane, e per una serie di motivi (logici ma personali) io non mi ero ancora resa conto. Quindi i primi due mesi sono volati senza che io ne capissi niente. La prima ecografia, dunque, non prevedeva altro, secondo me, che una mera rilevazione di camera gestazionale (oppure no), e in nessun caso la notizia un embrione "quasi al terzo mese di gestazione" (parole della dottoressa, con tanto di auguri).
Immaginarsi la mia reazione a quelle parole: TERZO MESE. Immaginarsi la reazione a quel suono: dal nulla al battito cardiaco di un essere dentro di me. Diciamo che proprio bene non l'ho presa, se non altro perché mi era mancato il tempo di abituarmi all'idea. Ma in un modo o nell'altro la vecchia scaramanzia era stata rispettata. Peccato che nel giro di pochi giorni gli eventi sono precipitati nel seguente ordine:

  • chissà perché questo ciclo non arriva
  • forse prima di un controllo medico è meglio fare un test di gravidanza, tanto lo chiedono sempre
  • no, il test si sbaglia, IO NON SONO INCINTA (negazione durata circa due giorni)
  • (qualche test di gravidanza dopo) ODDIO, allora SONO INCINTA, non è possibile! (e adesso che faccio???)
  • auguri-auguri-auguri!!! (sono tutti impazziti)
  • distacco della placenta: "ora non ti muovi più, smetti di uscire e di lavorare, e fai questo lunghissimo ciclo di cure se vuoi salvare il tuo bambino"

Erano passate, nel frattempo, nemmeno due settimane scarse.
Il periodo di "riposo e cure" (come recitavano i certificati medici) è stato tra i più silenziosi ed i più interminabili della mia vita. Non solo dovevo fermarmi istantaneamente, ma nel frattempo tutto un mondo aveva cominciato a girare dentro di me, a dispetto di qualsiasi concetto richiamasse l'immobilità. Quindi il corpo giaceva, la mente volava (nel silenzio). Un silenzio fertile. Un silenzio doloroso. Qualcosa che nel contempo era fuori e dentro di me, che a fatica si interfacciava con relazioni improvvisamente difficili, vicine e lontane, e tutto d'un tratto cambiavano i miei parametri di riferimento per lo stare nel mondo come fino a quel momento avevo fatto.
Più passavano i giorni più mi rendevo conto di quanto fosse difficile scrivere. Scrivere per me non era mai stato difficile, eppure, nonostante ne sentissi l'urgenza, nonostante sentissi chiarissima l'eco delle parole e delle emozioni dentro di me, non ci riuscivo. Era talmente indicibile quello che provavo (questo era il pensiero che sentivo più lucido), da non riuscire nemmeno ad esprimerlo con chiarezza.
Il Lato Oscuro della Luna era ancora troppo oscuro. Tutto ed il contrario di tutto, ed io lo sentivo benissimo.
Poi, un giorno, le parole cominciarono a scorrere.

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