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Spirito inquieto che segue le onde del cuore, nella mareggiata continua del diventare madre, mostrando di tanto in tanto il lato oscuro della Luna: quello che non si può raccontare.

giovedì 8 marzo 2012

Nel mio mondo piccolo piccolo


Nel mio mondo piccolo piccolo c'è una nota acida che in questi giorni tiene insieme le giornate: la nota che ho sentito echeggiare da lontano senza volerla ascoltare, quando, presentandomi ad un colloquio di lavoro, ho sentito dire che gli aspiranti erano 500. 
Quella stessa nota, ancora inascoltata, è diventata più aspra quando ho sentito dire che la linea di condotta era "meglio se non sei mamma, così non hai la testa altrove". 

Nel mio mondo piccolo piccolo, ho aspettato in questi giorni con la paura e la voglia che qualcosa cambiasse. Mi sono chiesta come sarebbe diventato, il mio mondo piccolo piccolo, se per una volta fossi tornata a vivere la vita di qualche anno fa, respirandone un pò quell'aria.

Io non credo che la telefonata che oggi non è arrivata sia legata solo a questo: non lo credo perché non lo voglio credere. Mi piace pensare che ci sia una meritocrazia che veda persone più meritevoli di me occupare quel posto (un piccolo, precario posto) solo perché più brave, e non perché meno mamme.

Nel mio mondo piccolo piccolo, in questi giorni, ci ho pensato: di tanto in tanto ho twittato qualche parola, stati d'animo, ricacciando indietro ogni sentimento troppo forte e troppo interferente con le mie giornate, perché per me la posta in gioco era un pò più alta di qualche settimana di lavoro. Ho portato avanti gli altri progetti, ho speso il mio tempo con mia figlia, ho fatto cose, ho provato a prendermi cura dei miei hobby, e ho persino fatto una torta (una torta un pò insensata, ma una torta).

Stanotte, non riuscendo a dormire (come quasi ogni notte, nel mio mondo piccolo piccolo), ho cominciato a pensare tra una lacrima e l'altra ad un post che avrei voluto scrivere. Era un post-verità sulla mia storia, su come è nata mia figlia, su come davvero sono stati quei mesi dopo il parto, su cosa mi è successo. Lo chiamo post-verità semplicemente perché certe verità le sto comprendendo soltanto adesso.
Ho pensato che prima o poi questo post lo scrivo davvero: per me, e perché possa, girovagando nell'etere, essere utile a qualcuno che non sia io.

Nel mio mondo piccolo piccolo oggi è l'otto marzo, e quest'anno non mi va di spendere parole che da qualche anno dedico a questa giornata. Ma oggi ho sentito forte, dentro di me, il momento in cui io e mia figlia, strette guancia a guancia, abbiamo guardato La Bella Addormentata, e insieme -anche se per motivi diversi- abbiamo tremato alle parole 
"spada di verità vola dritta, e del male provoca la sconfitta". 
Dovrei spendere qualche altra parola per farvi capire cosa intendo, ma credo che di parole, per questa cosa, non ce ne siano: è una cosa che senti dentro, come quando nei film vedi un fermo-immagine, e tutto si muove al rallenty facendoti vedere i più piccoli significati di ogni cosa.

Nel mio mondo piccolo piccolo un giorno ha bussato la Vita, e con tutta la sua drammaticità ha spalancato le mie porte senza avere il permesso di entrare. Ha creato ogni scompiglio possibile, e mi ha lasciato i cocci da rimettere insieme e un senso da reinventare per quasi tutto.

Nel mio mondo piccolo piccolo oggi devo digerire una brutta notizia, e se fino a qualche momento fa pensavo di tirarmi su con qualcosa di molto bello, ora, finalmente rimasta sola per un pò, penso di godermi la possibilità di fermarmi a sentire quello che provo.

Ci sono due modi per vivere la propria esistenza: credere che niente sia un segno o che tutto lo sia, credere che niente accada per un fine o che ogni piccolo attimo della nostra vita, anche il più drammatico, ci stia portando da qualche parte.

martedì 6 marzo 2012

Il circolo delle marmellate


Ogni cosa importante dentro di me è stata preceduta da questa sensazione: lascio perdere.
E adesso, guardandomi indietro, ripenso a quei momenti con grande tenerezza.
Penso che se dipendesse solo da me sarei capace di dire "no grazie" ad ogni cosa importante della vita. Il motivo? Tra i più svariati.
Col senno di poi, che non è quello che mi sta tra i più simpatici, capisco che è quel sano-insano timore del cambiamento, quello che abbiamo tutti e che (paradossale ma vero) ci dà la giusta energia per le cose.

In questi giorni, in queste lunghe settimane, sono stata assorbita da tanti piccoli impegni, tante piccole cose, e nel frattempo mi sono anche ritrovata dentro un vortice di tristezza. Uno di quelli che arriva a scombinare la staticità dello status quo, e che ti porterà da qualche parte, ma nel frattempo -in tutta franchezza- stai di merda.

Ne ho pensate tante sul re-inventarmi: dalle riflessioni sulle condizioni sociali, all'idea di trasferirmi in un'altra città, persino all'estero. Ma per una cosa del genere ci vogliono palle che non ho, e un progetto a lungo termine che purtroppo non coinvolgerebbe solo me, e che per questo è più irrealizzabile.

E poi l'analisi costante di ciò che voglio, che è proprio lo specchio di dove sono: dentro il vortice. Sei "a questo punto" quando quel che vuoi e quel che temi sono esattamente la stessa cosa.

Io, ad esempio, desidero la mia libertà (cosa non così scontata, perché quando arrivi a sentire questo desiderio hai già fatto un bel pezzo di strada), ma la temo come la peste. 
Perché? "Perché sono mamma", vorrei dire, ma so che questo da solo non basta. Ci sono mamme che sono diverse da me, ed io invece -ho capito in questo periodo di faticoso lavoro personale- avrei anche un paio di ragioni per spiegarmi come sono arrivata a questo punto.

Finora sono andata avanti credendo solo nella mia "mollitudine": era molto più facile pensare di essere una donna debole, incapace di affrontare il mondo fuori, di fare le scelte giuste per tutti, piuttosto che guardare quello che si chiama "esame di realtà"
Nel mio lavoro ho imparato che le persone diventano paurose quando hanno avuto davvero qualcosa da temere, e mai per caso.
Ecco, io ho sempre temuto di arrivare a questo punto, ed ora ci sono.


Come al solito, la scelta di non descrivere la mia vita in ogni dettaglio, qui sul web, mi porta ad essere vaga e confusa, ma so che questo non è un ostacolo alla vostra lettura, nella maggior parte dei casi. 
Dicevo, ho sempre temuto di arrivare a toccare con mano che in queste esperienze della vita, a questo punto, mi sarei dovuta inventare qualcosa. E, diciamolo, quando si parla di lavoro non è molto facile oggi "inventarsi qualcosa" (anche se, ne sono convinta, non è impossibile).

Ho passato questi ultimi mesi (un lungo e buio inverno) a chiudermi sempre più nella mia condizione, perdendo di vista una via d'uscita. Ho capito che non avere un lavoro che ti aspetta dopo la maternità è davvero una morte lenta, anche se tra le mie amiche molte mi invidiano la possibilità di occuparmi di mia figlia quasi full-time. Io per contro invidio la loro possibilità di lasciare i loro figli e fare altro.
In alcuni casi ho pensato che la mia gabbia dorata potesse essere una scelta. Volevo che fosse una scelta, una scelta che però non riuscivo a fare.

A complicare le cose, nonostante la scuola (intesa come tappa evolutiva fondamentale), tutto questo coincide con il periodo in cui mia figlia, adesso consapevolmente, mi urla dietro "mamma, Non Voglio che vai a lavorooooooo!".
Ecco, grazie: nell'era della precarietà, io già ci metto una vita a trovare un lavoretto da fare, ed in cambio tu mi agevoli così l'uscita da casa. Senza contare i "no" che ho detto per non lasciare te in una condizione che non mi piace. 

Poi mi riprendo e penso "questo è il tuo lavoro, bambina": cos'altro dovrebbe dirmi? Non di certo lasciarmi andare salutandomi con la manina, anche se è quello che ogni mamma vorrebbe. No, non può: è mia figlia, ed è il suo modo di dimostrarmi amore e bisogno di me.
Ma porc, quant'è difficile: ogni mamma sa quanto è lacerante quella condizione in cui ti senti divisa tra quel che vuoi e devi e quel che vorresti fosse meglio per tutti.

E dunque, in questi mesi mi sono fortemente concentrata sul vedere finire i miei brevi progetti lavorativi senza vederne cominciare di nuovi, ma anche sull'imparare nuove ricette di cucina, sul fare marmellate e liquori (chi mi segue a 360° lo sa).
Volete saperlo? E' bellissimo, ma mi fa schifo. 
Cioè, è quello che vorrei fare per sempre, ma una parte di me sa che non è quel che voglio veramente. E nel frattempo ogni tentativo di uscire dal circolo delle marmellate e delle "giornate della brava mamma" vengono stroncati da un numero incredibilmente alto (con diversi zeri, eh!) di curricula di donne come me, che vorrebbero non fare marmellate in casa e che rendono l'inserimento lavorativo un compito davvero arduo. Sempre che sia un compito.

martedì 21 febbraio 2012

"Persa" nelle Favole


Cenerentola è stata la prima: dall'amore per un libro firmato Disney, la favola è stata sfogliata, guardata, raccontata, ripetuta, fino alla nausea. Io non amo Cenerentola, ma la sua romantica semplicità sembrava essere perfetta per i suoi  pochi mesi.

Poi è arrivato Pinocchio: prematuramente, direi, perché alcuni elementi come la grande balena erano terrorizzanti, e abbiamo dovuto sospendere la visione (sconsigliata ad un pubblico non accompagnato!) per rivedere il copione in chiave eco-ambientalista. La povera balena, raffreddata e con un pancino in fiamme, cercava invano di ingoiare acqua per rinfrescarsi, e nella corsa dolorante, combina un pò di guai.

A seguire, Lilli e il vagabondo: ne siamo tanto presi che oltre alla quotidiana visione del lungometraggio godiamo anche di numerose alternative, che vanno dal musical mammesco mattutino (colazione e percorso verso la scuola) alla storia raccontata per intero o a spezzoni (e non provate a barare: lei si ricorda esattamente dove vi eravate fermati, e vi intima "dove eravamo rimasti, con Lilli?!?").
Di questa storia  amiamo Gilda (non dite niente, vi prego), la donna vissuta che sa il fatto suo, e quel dolce sognar e lasciarsi cullar dall'incanto della notte, guardato con occhi a cuore, e che puntualmente termina con la richiesta (quo-ti-dia-na!) "mamma, me li fai gli spaghetti migliori della città???" E non importa se è ora di pranzo o di merenda [mannaggia a me e a quando glieli ho fatti].

E siamo alla volta di Aurora, la Bella Addormentata: amore a prima vista. Finalmente un principe che si dà da fare, invece di quel bellimbusto di Azzurro che protende una mano senza nemmeno seguire il suo amore in fuga (ma corri, và! non mi dirai che non sei in grado di raggiungerla e fermarla?!?). Filippo invece è un giovane scaltro e che sa il fatto suo, che fa disperare suo padre per la sua voglia di autonomia, ma rispettoso delle regole e dell'onore della fanciulla. Accetta l'appuntamento nel bosco per ufficializzare l'incontro casual-clandestino.
Quel so chi sei in tutti i miei sogni ogn'or sei tu viene cantato in casa nostra a tutte le ore del giorno e della sera, in molte varianti, da quella tremendamente romantica a quella rockettara e sguaiata.
Amore amore amore, e principesse fino al diabete. A volte mi chiedo come sopravvivere.

E poi arriva il giorno in cui, come le più grandi questions della vita di un genitore, lei ti fa la fatidica domanda. Giocando con le sue gommine delle principesse disney, con aria quasi distratta ti chiede:
Mamma, ma chi (cavolo) è ('sta) Biancaneve?
[Quello tra parentesi è mio, ma lei pare quasi volerlo dire così]
E tu, che per la crudeltà della storia gliel'hai tenuta a lungo nascosta, annaspi tra i "non me lo ricordo" e i "dovrei leggere il libro".

E poi ti rendi conto che alcune tappe sono segnate anche da questo, e quindi, edulcorando i particolari più cruenti come l'abbandono e il commissionato omicidio, o lo sventramento del cinghiale-cerbiatto (a seconda della versione), racconti Biancaneve.

Ma per onor del vero, è necessario che una madre faccia anche il suo dovere e spieghi a sua figlia che cadere addormentata in attesa del principe è una cosa che al giorno d'oggi non sempre funziona, e che talvolta si corre il rischio di aspettare invano, e per sempre.
E così diventa necessario citare qualche altra eroina, che invece di attendere il bacio d'amor, si dà da fare e bacia lei per prima. Siamo arrivati così a Belle de La Bella e la Bestia, che non sarà proprio una suffraggetta dell'amore, ma comunque è lei che lo bacia. Così, giusto per riequilibrare le parti.

A queste storie se ne affiancano un'infinità di altre, di durata variabile, che scandiscono ogni momento della nostra giornata. Così continuando, mia figlia avrà il pensiero narrativo più sviluppato che sia possibile a due anni.

Qualcuno voleva sapere dove sono finita? Se ormai mi conoscete, sapete bene che quel che scrivo è solo quello che mi capita, ma anche no. Luci ed ombra.

E quindi, come sempre, nelle vostre parole si completa la risposta. Nell'esperienza di noi tutte, tutte insieme, di ciascuna di noi.
Eccomi, persa nelle favole. Che per me non sono la realtà, ma certe volte mi aiutano (o dovrei dire  mi obbligano) a vivere meglio, specie nei periodi duri.

P.S. Grazie a Mammola (lo dicevo che eravate fondamentali!) mi accorgo di aver dimenticato la fase Aristogatti: è durata poco, anche se li nomina sempre, perché resta incantata dall'eleganza smorfiosa delle due gatte, e rimane colpita dai dispetti tra fratelli (gulp).
Resta comunque inteso che lei non guarda la tv tutti i giorni, quindi è costretta, suo malgrado, a scegliere. Il resto è tutto fiato mio che se ne va nel raccontare, raccontare, e ancora raccontare.

venerdì 3 febbraio 2012

Il silenzio dei pensieri


Vorrei perdermi tra le pagine di riviste femminili, e già che ci sono riviste online, così risparmiamo carta e salviamo il pianeta.
Vorrei avere un'identità femminile, cosa che adesso, a metà tra quello che faccio e quello che non faccio, non sento più.
Vorrei scegliere se stare al passo coi tempi o annegare in un modello di donna anni '60, ché ciascuna per versi differenti mi piacciono entrambe.
Vorrei avere tempo, tanto tempo, più del tempo stantìo ed immobile - ma mobile e fluttuante -  che ho adesso.
Vorrei fare una cosa e farla bene, invece di inseguirne tante e non capire, a fine giornata, il senso di quello che ho fatto.
Vorrei avere un lavoro, rientrare nella mia giusta taglia, smettere di cercare il cibo come conforto.
Vorrei non essere così giù.
Vorrei che quella parrucchiera non mi avesse rovinato il taglio, mesi fa, e che i miei capelli avessero una forma migliore.
Vorrei vivere le cose, invece di lasciare che le cose vivano me.
Vorrei stare bene: trovare il coraggio di fare tutte quelle visite mediche che non possono più aspettare, e tornare ad avere una sensazione di "salute".
Vorrei non essere indecisa sul posto in cui voglio stare: chiusa in casa quasi tumulata, o per le strade del mondo all'infinito. E nel mezzo, per ora, nessuna via di mezzo.
Vorrei avere più amici: vedere più gente, capire e correggere quel gap che accade tra il "non mi va di vedere nessuno" e "anche stavolta poteva invitarmi".
Vorrei avere il tempo di pensare, ma non me lo concedo, perché so che i pensieri farebbero troppo rumore, e già la loro eco è così difficile da sopportare.


Non ho più trovato il tempo di aggiornare
questo insulso racconto delle mie giornate,
e pensavo anche che non fosse poi così interessante farlo,
se non fosse che tante tante tante di voi
hanno cominciato a chiedermi il perché di tutto questo silenzio.
Non mi dilungo in dettagli,
ma appunto qualche pensiero sparso, qua e là,
con la convinzione che nell'essere donna
ci sono sempre corde che risuonano
unendo le nostre storie.

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