Domani terminerà il periodo detox della mia dieta.
Se dal punto di vista alimentare i giorni più duri sono stati i primi, adesso lo stomaco si è adattato (in fretta, dato che le porzioni non sono affamanti, al contrario restano sempre nel piatto). Quel che si è "attivato", invece, è tutto il resto del corpo. Privato (per ragioni di salute) di alcuni alimenti di cui avevo usato ed abusato (grassi e zuccheri), si è accorto del drastico cambiamento e reagisce come può.
Innanzitutto acuendo tutti i sensi: riesco a percepire odori e suoni, ma anche gusti, che prima mi arrivavano molto ovattati. Individuo un venditore di funghi, una panetteria, il reparto frutta, anche a un centinaio di metri di distanza.
La differenza tra questo percorso e gli altri affrontati (alcuni anche con successo) è la consapevolezza: la ritrovata attenzione ai sensi, alla cura che ho dei loro messaggi, come se -più che una semplice dieta- fosse una rieducazione sensoriale.
Mi sento come un felino che si alza alle prime luci dell'alba, con la sensazione che è giunto il momento di andare a caccia per la sopravvivenza.
Dopo i primi giorni di malumore e nervosismo, il corpo ha capito che "non c'è trippa per gatti" (letteralmente!) e cerca di farmi andare in stand-by: sono calma, senza fame, ma mi prendono crisi di sonno mortale. "Dooormiii", mi sembra di sentire sussurrare da una sirena ammaliante dentro la mia mente, ed è una lotta sfiancante.
D'altro canto, ho sonno prima e mi sveglio MOLTO presto: i benefici del dolcetto serale non mi tengono più nel caldo torpore del sonno invernale, ma mi spingono a muovermi alla ricerca di calorie da ingerire. Non è che ne sia felice.
La cosa che mi stanca più di tutto è leggere le etichette: avete idea di quanto sia impegnativo fare la spesa dovendo riapprendere abitudini che non avete, su luoghi, prodotti, e così via? Rispolvero vecchie nozioni, ne apprendo di nuove (quanto cambia in fretta il mercato dei prodotti alimentari!), e a fare la spesa settimanale ci metto una vita. Che palle, mi deprimo.
Una parte di me sa bene che si tratta di ingranare, e di lasciarsi sedurre da questo nuovo mondo che mi permetterà di inventare, soprattutto in cucina, cose nuove e anche interessanti, ma al momento studio il prontuario delle regole piuttosto rigidamente e mi sento bloccata.
Marito mi incoraggia, dicendo saggiamente che devo farci l'abitudine, e che poi sarà automatico e non sarà più necessario leggere tutto. Ok, ha ragione. Devo avere pazienza, i cambiamenti richiedono tempo ma la perseveranza è l'unica strada.
D'altro canto, il malumore per il mio non ottimale stato di salute (che prescinde dalla dieta ma che si è intrecciato con questa) crea una pessima combinazione: quando non sono triste perché vorrei un bel dolce alla panna (tipico dei primi giorni di dieta, mangeresti pure quello che non ti è mai piaciuto!) lo sono perché non riesco a muovermi con efficienza.
Con buone probabilità dovrò operarmi. Ho appreso che dovrò fare accertamenti fastidiosi ma necessari.
Ok, be positive, non è niente di grave. Ci sono ben altri problemi nella vita per cui piangersi addosso. Ma d'altro canto, quando mi confronto con l'impedimento fisico provo una frustrazione superiore al dolore, che invece è per me stoicamente sopportabile, anche se non piacevole.
Non scrivetemi di dire di più, perché in questa sede non lo farò. Del resto, se siamo così in confidenza da chiedermelo, saprete già con quale mezzo chiederlo in privato, se non lo siamo allora sappiate che non lo pubblicherò qui.
Quello su cui rifletto (e rifletto è dir poco) è questa mia capacità di postergare la cura di me stessa fino alle conseguenze più estreme. Il giovanile senso di onnipotenza che mi ha caratterizzato mi porta sempre a dire "non è niente, resterò in piedi", ma che è delirante tanto quanto il piangersi subito addosso, anche se gli sta agli antipodi.
Anche adesso, sento un vero e proprio braccio di ferro dentro di me che nel silenzio dei pensieri notturni affiora tra la parte vecchia di me che vorrebbe magicamente tornare a poche settimane fa, quando ero ignara e "felice" (di una pseudo-felicità, ovviamente) e quella che adesso, oramai, deve andare avanti ed affrontare le cose.
Anche questo è crescere: rendersi conto che siamo in un corpo che va curato, perché è l'unico che abbiamo. E finché abbiamo la grazia di rifletterci per piccole o medie cose siamo fortunati, che quando ci si sbatte la testa con cose peggiori.
Ognuno di noi vive una storia che lo porta ad essere più o meno insensibile a questo aspetto, a seconda di quanto sia proteso verso gli altri ed i loro bisogni, e quanto gli abbiano insegnato il valore dell'unicità ed il rispetto di se stessi; cose che, ovviamente, non si apprendono sul libro delle regole, ma attraverso l'esempio e la vita vissuta. Quando ero più giovane (anche se ora non sono vecchia!) stupidamente ammiravo il coraggio o quel che ritenevo tale, adesso ammiro di più chi ha la maturità di sapersi prendere cura di sé dalle piccole alle grandi cose.
I cambiamenti importanti della nostra vita, d'altro canto, fanno sempre un discrimen tra le persone intelligenti e non, tra quelle sensibili e che ci tengono a te, e quelle che invece ti vogliono come sei sempre stata, senza rendersi conto della necessità di cambiare. Come quando ti raccontano che se per quella volta assaggi un dolce che vuoi che sia, una volta non è così grave, o che quando gli dici di star male ti raccontano che improvvisamente tutto il mondo ha la tua stessa patologia e non lo sapevi. Anzi, quasi quasi ci soffrono anche loro, non lo vedi? Ridi. Anche se da ridere non c'è proprio niente. Si chiama empatia, e purtroppo nel giorno della distribuzione dei doni non tutti erano presenti.
Nelle prossime settimane farò una cura che mi terrà a letto. Malumore alle stelle, tanto che non ho ancora avvisato il medico curante e non ho la richiesta dei farmaci. Che ci volete fare!
Ma anche se non intendo postergare di molto (prima si comincia, prima si finisce!), mi sono presa questo weekend per metabolizzare tutte queste notizie: per andare dal parrucchiere, per guardare l'agenda, per capire un pò. Sbuffo infastidita.
Bloccata da queste cose nuove, ché il nuovo spiazza sempre un pò, sto cercando di ri-orientarmi in questa nuova quotidianità. A volte, come una bambina, vorrei piangere sul mio ieri, sulle piccole cose che mi davano certezza, sulle vecchie abitudini. E' la dura scorza da rompere per muoversi verso qualcosa di nuovo: come nascere, ri-nascere, e dover attraversare un canale del parto.
Tutte le mie energie mi sembrano volte a questo processo, e a volte la mia mente è come drogata da questo bombardamento di cose, pensieri, istruzioni, visite mediche, cambiamenti, riadattamenti, e mi sento parecchio stanca. Che fatica!
Fra qualche settimana magari non avrò nemmeno voglia di pensare a questo corpo, o alle sue cure, e nemmeno ne scriverò, ma in questo sabato mattina di pioggia mi prendo un angolo d'alba per scrivere i miei pensieri, per fare il punto della situazione, per mettere nero su bianco tutta la mia stanchezza.
E andare avanti.